lunedì 24 gennaio 2022   
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Visti per Voi » La ricerca della felicità  

Ad ogni uomo la sua via, a tutti il diritto di raggiungerla

La ricerca della felicità – voto: 7--

Solo il futuro sarà in grado di raccontarci quanto questo “La ricerca della felicità”, costituisca una svolta nella carriera di Gabriele Muccino.

Al momento, possiamo comunque constatare come il mutamento artistico che il regista romano ha compiuto nel suo ultimissimo lavoro, sia rilevante. A prescindere dal gradimento individuale, “L’ultimo bacio” (2001) e “Ricordati di me” (2003) risultano molto distanti, ben oltre l’Oceano Atlantico che ne separa i luoghi d’ambientazione.

“La ricerca della felicità” è una storia americana, incastonata in un contesto sociale spietato e realistico.

E’ il 1981 e siamo a San Francisco. La vita di Chris Gardner ( Will Smith ) è comune a quelle di migliaia di altri americani. Il lavoro è continuamente sospeso nell’incertezza, aggrappato unicamente alle sue doti di volontà e intelligenza ma minacciato da una miriade di variabili. La sua famiglia ne subisce i contraccolpi. La moglie Linda ( Thandie Newton ), non riesce a mostrare comprensione per un uomo che non stima più e di cui non condivide le scelte. I doppi turni dell’ umile lavoro a cui è obbligata per tirare avanti, e la qualità sempre più modesta della vita in cui  far crescere il loro bimbo di 5 anni, Christopher ( Jaden Smith ), saranno alla base della sua drastica decisione. Linda lascia il marito, si trasferisce a New York. Dice di non essere più felice e pur di cambiare vita, accetta di lasciare all’uomo l’affidamento del figlio.

La situazione di Chris già di per sé difficile precipita e di lì a poco si troverà nella più totale indigenza, senza un tetto e un lavoro capace di sostenerlo. Sarà costretto ad ingaggiare una disperata lotta per non soccombere, una gara dove regna il tutti contro tutti. Un torneo che regola le vite di milioni di persone, dove per tanti il premio è la sopravvivenza, per alcuni il bisogno di emergere e prevalere, per ognuno la disperata ricerca di una  felicità difficile da riconoscere e assaporare.

Una dura storia americana sì, ma raccontata in “italiano”. Pochi spazi lasciati al facile sentimentalismo, alla retorica, al nazionalismo, trappole in cui non di rado cade il cinema americano. Il nostro autore da prova del realismo che lo distingue. L’accento cade su valori come l’autostima, la fiducia in se stessi, sul doveroso impegno nell’inseguire i propri sogni, l’amore indissolubile per i figli, la cieca e testarda speranza in un futuro migliore, anche quando tutto attorno a te odora di miseria e disperazione.

Muccino abbandona i ritmi serrati e frenetici con cui ci ha narrato delle debolezze umane delle nostre generazioni , impegnate ad annaspare tra le difficoltà di chi non sa cosa cercare dalla vita, dall’amore, perennemente insoddisfatte della loro condizione, incapaci di imparare prima a conoscere se stessi che il mondo.

Al centro della scena qui troviamo un uomo solo e il suo bambino. La cinepresa concentrata sui loro sguardi, per scavare nei loro pensieri, per trasmettere la paura di non farcela,  la forza per superare difficili momenti che trova la sua sorgente in un immenso amore nonché fiducia tra padre e figlio. Le uniche accelerazioni e i cambi di ritmo, sono scandite dalle corse contro il tempo che consentono di trovare o meno un tetto per trascorrere la notte, di raggiungere un appuntamento di lavoro, d’inseguire altri disperati in lotta come te.

La scelta di raccontare una storia vera ma forse non unica, con San Francisco come teatro, la più europea delle grandi città americane, non credo sia stata casuale. “Frisco”, come viene chiamata dai suoi abitanti è da sempre un luogo di riferimento per chi concepisce la tolleranza per i diversi e i meno fortunati, un valore da coltivare e sostenere, un polo culturale e di avvenimenti artistici. Fu la meta dell’immigrazione hippy e dei “figli dei fiori” negli anni 60, uno degli zoccoli duri della protesta pacifista contro la guerra in Vietnam, attualmente una delle città con la comunità gay più numerosa del mondo.

Il rovescio della medaglia dell’essere un luogo catalizzatore in questo senso è l’altissima presenza in percentuale sugli abitanti di homeless, i senza tetto. Le lunghe file di uomini e donne che il regista ci mostra in attesa di trovare accoglienza nei ricoveri, evidenziano una tragica realtà. Il pesante dazio da pagare in una società che esalta l’individualismo senza attenzione e tutela verso chi per sfortuna o dna, finisce per essere tra gli ultimi. Un film lanciato come un monito ad ognuno, che diviene un esempio tangibile di quanto il baratro possa attendere dietro l’angolo chiunque.

Un cast interamente d’oltre oceano e di qualità. In cima alla piramide un bravissimo Will Smith. L’attore 38enne nativo di Philadelphia, ha alle sue spalle film dove successo e qualità non sempre sono andati a braccetto: dall’ottimo “Alì” ( 2002 ), al buon “Nemico Pubblico” ( 1998 ), ai discutibili “Men in Black” 1 e 2 ( 1997 e 2002 ), fino all’ignobile “ Indipendence Day “ ( 1996 ). Un’interpretazione convincente e toccante. Il suo sig. Gardner è un uomo solare e gentile, capace di scelte coraggiose, saldo nei suoi principi e nel sorriso anche nei frangenti più estremi.

Thandie Newton, la ricordiamo per l’intensa interpretazione nello splendido “Crash” di Paul Haggis ( 2005 ). Brava nel portare sulle spalle il peso della porzione oscura di un cielo che diverrà tempestoso. La sua scelta ci appare dura, egoista, non condivisibile, ma legittima, nel rispetto della libertà di cui ogni individuo ha diritto. La sua strada per la felicità la porterà altrove.

Una bella rivelazione  il piccolo Jaden, che non a caso porta il cognome Smith, essendo il figliolo di Will anche nella vita reale. Una immagine dolcissima vederli recitare intensamente assieme in tante sequenza di tenera intimità.

Nel complesso un buon film, che forse non ha graffiato in alcune fasi, ma che è possibile non intendesse nemmeno provarci. Una storia di sofferenza e disagio, raccontataci per condurci ad una via che Muccino traccia per tentare di dare dei contorni al vocabolo felicità, al percorso da compiere per agguantarla. Una via che ci appare indefinita e indefinibile, ma aver coscienza di ciò rappresenta un primo passo. Felicità è un istante, il culmine di un’emozione, il raggiungimento di una meta sofferta. Spesso la si confonde con la serenità, e alcuni ne rimangono delusi.

Come afferma l’attore protagonista nel corso di un’intervista, felicità è anche guardarsi allo specchio ed essere contenti di ciò che si vede, del proprio ruolo nella vita, del lavoro che si svolge, di ciò che si è costruito. Ritiene fondamentale trasmettere ai giovani l’importanza della fiducia nei propri mezzi, della speranza nel futuro non passiva ma costruita attraverso le proprie fatiche, di avere dei sogni e dell’inseguirli.

Personalmente credo che sia tutto vero. Che la si consideri una condizione figlia di un lungo lavoro su se stessi, di un cambiamento improvviso o di un istante brevissimo da catturare e vivere al momento, soli o innamorati, ricercarla, inseguirla, desiderarla, è sinonimo della voglia di vivere.

Oltre ogni considerazione e riflessione, è importante che prevalga un principio: la felicità è un bene di cui tutti hanno il diritto di godere.

Ad ognuno la sua via quindi, ma che a chiunque sia concessa la possibilità di raggiungerla.

E’ qui purtroppo che risiede l’ostacolo più arduo.


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