lunedì 24 gennaio 2022   
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Visti per Voi » La stella che non c'è  
LA STELLA CHE NON C’E’ – voto: 6

Secondo la tradizione popolare cinese le 5 stelle che sono raffigurate nella propria rossa bandiera hanno un “preciso significato”: la maggiore rappresenta il “Grande Partito Comunista Cinese”, le altre 4 minori l’onestà, la pazienza, la solidarietà e la giustizia. Se si ha la curiosità di scorrere altri testi in materia, si può constatare come non troppo “preciso” risulti il “significato”, in quanto altre interpretazioni attribuiscono ai medesimi simboli sostanze diverse. Se alla grande stella viene riservato sempre il ruolo di metafora del “Grande Partito” come guida, le più piccole diventano rappresentazioni delle 4 classi sociali: gli operai, i contadini, la piccola borghesia e i capitalisti patriottici.

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Gianni Amelio nel suo ultimo lavoro sceglie di prendere come riferimento la prima interpretazione, la più spirituale, quella che anch’io sento come più vicina ad un popolo dalla storia così antica. Una storia che oggi si scontra in modo anche drammatico con un presente in rapida evoluzione e le vittime, per nulla in senso metaforico, sono le stesse di sempre, i deboli, i poveri, i più fragili.

Il regista calabrese per trarre lo spunto iniziale al suo racconto, ci narra di un’ invasione al contrario.

Imprenditori cinesi giungono in Italia e acquistano uno stabilimento siderurgico oramai in disarmo, per smantellarlo e trasferirlo in patria. Vincenzo Buonavolontà ( Sergio Castellitto), uno dei manutentori, ritiene che uno degli impianti di altoforno non sia sicuro. Cerca con le difficoltà linguistiche inevitabili di farsi tradurre da Liu Hua (Tai Linq ), l’interprete al seguito degli industriali orientali, il problema tecnico e la soluzione da lui proposta. Respinto al mittente Vincenzo in piena sintonia con il proprio cognome parte per la Cina, ostinato a farsi ascoltare.

Darà il via ad una missione impossibile, un’ odissea attraverso l’intero pianeta Cina, alla ricerca del luogo dove questo altoforno è stato installato. A Shangai, punto di arrivo dall’Italia ritroverà Liu.

Sarà un viaggio che gli permetterà di scoprire per la prima volta se stesso e di riflettere come mai sulle sorti della propria vita in bilico tra un passato oramai irrecuperabile ed un futuro pieno di ombre. Una allegoria di ciò che incontrerà lungo il suo viaggio.

Attraverso gli occhi di Vincenzo, Amelio ci porta ad imbatterci nelle tante contraddizioni di questo mondo in totale stravolgimento. Un popolo con migliaia di anni di storia e tradizioni, di cultura radicata nelle generazioni, che vive con sbigottimento e stordimento un processo di sviluppo troppo accelerato per non creare traumatici effetti collaterali. Povertà, disgregazione delle famiglie, strutture sociali alla deriva, lavoro precario senza tutele di ogni grado, paesaggio naturale stravolto artificialmente, sono un breve e superficiale elenco di quanto emerge. Un paese dalle dimensioni inimmaginabili se non affrontate fisicamente, composto per sua natura da miriadi di realtà diverse, ora soffre ulteriormente il vivere secoli distanti nel tempo a seconda delle regioni che s’incontrano. L’ombra del partito comunista, un tempo vera guida spirituale e fisica, permane nelle sua chiave meno lucente, quella indirizzata a conservare un’egemonia basata più sulle limitazioni e privazioni delle libertà individuali, che in quella di stella illuminante.

Le sue genti vivono tutto questo in modo difforme. Si passa dalla frenesia della nuova Shangai all’inseguimento delle metropoli americane, tecnologica e moderna, alla totale indifferenza della provincia più capillare dove il tempo si è arrestato, alla rassegnata presa di coscienza di una realtà nuova da affrontare in decine di città anonime ma con milioni di abitanti ammassati gli uni sugli altri. Le superstrade a più livelli, lasciano spazio ad interminabili e solitarie sterrate, gli aerei a vetusti battelli.

All’interno di tutto questo Gianni Amelio, regista vincitore di svariati riconoscimenti anche internazionali ( Gran Premio della giuria a Cannes 1992 con “Il ladro di bambini”, Nastro d’argento per la regia a Venezia 1994 con “Lamerica” e sempre in laguna, Leone D’oro nel 1998 per “Così ridevano” ) ha costruito un film delicato, quasi sussurrato, che solo raramente vede un’impennata momentanea dei toni. Un lavoro che non mi ha travolto emotivamente, lasciandomi in perenne attesa di un qualcosa che alla fine forse non ho colto nella sua pienezza, ma consentendomi di prendere ulteriore coscienza di cosa accade in quel sconfinato angolo di pianeta.

La sua stella che non c’è può assumere diverse sfumature ed essere individuata in più di un luogo. Puoi cercarla in qualcuna delle stelle della bandiera, simbolo di un grande impero che fu. Oppure la puoi trovare negli occhi di chi come Vincenzo, s’inoltra con l’animo presuntuoso in quel lontano universo, per scoprire quanto minima sia la stima che nutre per quelli come lui, quanto “minore”sia il rispetto per chi proviene dal nostro “angolo” d’occidente. Infine se vuoi, la si legge nel difficile rapporto tra i protagonisti, separati da culture e pensieri troppo lontani anche se uniti dalla consapevolezza del bisogno reciproco.

Per concludere parlando dei due attori principali, occorre sottolineare la ulteriore splendida prova di Sergio Castellitto. Vincenzo è l’assoluto sovrano della pellicola, capace di regalarne gran parte dei suoi picchi emotivi. Egli è un uomo semplice che comprende come sia il momento di gettare il coraggio oltre la siepe per non morire dentro e fuori. La sequenza del pianto solitario poi, è un esempio di cosa significhi recitare in maniera superba.

Tai Linq, all’esordio per quanto mi riguarda, non mi ha entusiasmato anche se credo abbia trasportato sul set in modo efficace l’attonita rassegnazione di una giovane donna cinese alle prese con un mondo di cui si fatica a seguirne il passo.

Un buon lavoro in conclusione, non trascinante, forse un poco lento, ma diretto con sensibilità, capace di suggerire riflessioni e sicuramente ben interpretato.

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