martedì 18 gennaio 2022   
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Alkemia International » Elezioni in Serbia  
Elezioni in Serbia: riflessioni a cavallo dell’Ibar

Di Giovanni Bottari


Il risultato delle elezioni in Serbia era scontato ancora prima che si andasse a votare. Stessi canditati, stessi toni, stesse storie. E per la terza volta consecutiva Boris Tadic, l’europeista nonché  Presidente uscente, e Timoslav Nikolic, il “progressista” nonché ultranazionalista di vecchia data con alle spalle una storia con l’SRS (Partito Radicale Serbo) finita male e che europeista ci è diventato con il tempo e per opportunità politica, si sfideranno nel testa a testa per la poltrona presidenziale. Poco è cambiato dall’ultima volta che si sono visti insieme, a parte che la disoccupazione è aumentata, c’è più crisi, più macchinismo politico, insomma le solite cose. Deve essere difficile scegliere quando si ha davanti “un europeista che parla da nazionalista ed un nazionalista che parla da europeista” tant’è che molti serbi hanno deciso di non farlo. Il malessere politico però, che di solito tende a manifestarsi su posizioni estremiste, questa volta non ha premiato neanche la Destra Radicale, forse unica vera sorpresa di queste elezioni. Anzi. L’SRS, guidato oggi dalla moglie di Seselj, sotto processo all’Aja per crimini di guerra, e un tempo primo partito della Serbia, non è neanche riuscito a raggiungere la percentuale di voti necessaria (5%) da permettergli l’entrata in Parlamento.
Aldilà di questo, le elezioni si sono svolte all’insegna dell’Europa. Per la prima volta dalla caduta del regime di Milosevic tutte le principali forze politiche del Paese hanno riconosciuto l’adesione ai Ventisette come un passo necessario da compiere. A marzo il Consiglio Europeo ha formalmente confermato la Serbia come uno dei paesi candidati membri, avvicinando di un altro passo il Paese all’Europa. Ma resta ancora un punto da risolvere: il Kosovo.
Se di Europa si è parlato tanto; di Kosovo si è solo accennato in maniera molto vaga. L’argomento scotta. Il problema dello status del Kosovo è strettamente legato all’adesione della Serbia all’Unione Europea ed un mancato compromesso a riguardo potrebbe ritardarne di molto l’entrata. Nessuno durante la campagna elettorale ha apertamente dichiarato di voler abbandonare la Regione ma d’altro canto nessuno è neanche stato in grado di dare risposte concrete alla questione.
Si richiede un passo avanti di Belgrado che se anche non lo vuole ammettere inizia a pensare che il Kosovo sia diventato una spina nel fianco. Se un tempo il grido “Kosovo è Serbia” si levava a gran voce dai palazzi del potere, oggi quel grido ha perso gran parte della sua carica evocativa e si è rivelato essere quello che è: un vero pantano politico.
Non sono molto le strade che Belgrado a davanti. Andarsene significherebbe riconoscere l’indipendenza del Kosovo ed abbandonare ad un destino incerto i 120.000 serbi che attualmente là risiedono, la maggior parte segregata a Nord del fiume Ibar o in piccole enclave sparse su tutto il territorio. Restare, d’altro canto, significherebbe un’eventuale revisione dei confini che minerebbe il debole equilibrio dell’intera regione Balcanica.
Nel mezzo c’è Mitrovica. Mitrovica è una tutt’altra che tranquilla cittadina situata a cavallo del fiume Ibar, nel Nord del Kosovo. Città diventata tristemente famosa per la sua divisione e che il suo ponte, di cui si è tanto parlato, ne è diventato il simbolo. Paradossalmente però il ponte è anche l’unica cosa che unisce le due parti della città e paradossalmente forse questo è anche l’unico luogo dove se un alternativa se esiste può essere trovata.
Attraversato il ponte verso Nord si entra nella parte serba della città, un qualcosa di politicamente non definito che non è ne Kosovo ne Serbia. L’autorità di Prishtina non arriva da questo lato del fiume e Belgrado è sempre più lontana. La ripetizione quotidiana dell’assurdo ha finito per dare una parvenza di normalità alla situazione e dopo alcuni minuti di confusione si inizia ad abituarsi. L’atmosfera è calma ma tesa. Le barricate sono diventate ormai parte dello scenario urbano e nessuno sembra farci più tanta attenzione. Le strade sono ancora invase dai manifesti elettorali. Anche qua si sono celebrate le elezioni come in tutta la Serbia ma con molta più sfiducia; in pochi sembrano veramente convinti che le cose possano cambiare, qualsiasi sia il politico che siederà a Belgrado. Negli ultimi anni la situazione non è andata migliorando di molto e la tanta incertezza non ha fatto altro che aumentare il senso di solitudine e di abbandono. Incontro Dijana e Tijana, due studentesse serbe, in un caffè. Parliamo di elezioni. “I politici sono tutti uguali” mi dice Dijana, “Tante parole ma poca sostanza. In tutti questi anni non fatto altro che promettere e alla fine non abbiamo visto niente. Abbiamo votato ma per cosa. Per un Parlamento o un Presidente lontani decine di chilometri da qui mentre la nostra voce viene continuamente ignorata. Siamo stranieri a casa nostra. La verità è ci stanno abbandonando tutti, uno dopo l’altro. Il Kosovo non esiste più, ora c’è solo l’Europa”.
“Nessuno sa cosa significhi vivere qui. Quanto sia difficile non poter attraversare un ponte senza la paura di andare dall’altra parte solo perché si è serbi o albanesi. Questo Belgrado e Prishtina non lo sanno. Prendono accordi senza consultare minimamente la popolazione. Io personalmente sono pessimista. Non ho più fiducia nella politica”. Dijana e Tijana sono iscritte al secondo anno dell’International Business School di Mitrovica ed ogni giorno quel ponte lo devono attraversare per andare a svolgere le ore di tirocinio richieste dalla loro università presso una ONG locale. “È l’unica possibilità che abbiamo. I nostri amici dicono che siamo pazze ad attraversare il ponte ma cosa dobbiamo fare. A volte abbiamo paura che qualcuna ci veda così cerchiamo sempre di passare dietro le barricate per farci notare il meno possibile.” I ragazzi con cui lavorano sono i primi albanesi che conoscono. “Sono dei bravi ragazzi. Personalmente noi non abbiamo nessun problema a lavorare con loro. Ma sai non tutti sono come noi. C’è ancora tanto odio qui”. Loro sono stanche di tutte questa divisione. Vorrebbero almeno una sera poter andare a bere qualcosa dall’altra parte della città, conoscere gente nuova, cambiare un po’, ma è ancora troppo pericoloso attraversare il ponte di notte. Le domando cosa pensano dei militari posti a pattuglia del ponte. “Beh sono tanti anni ormai che sono lì. Sono diventati parte della città in qualche modo” sorridono, “sicuramente ci sentiamo più sicure ad attraversare il ponte con loro. Ma ogni tanto penso anche che tutti quei soldi potrebbero essere spesi in modo diverso. Non c’è lavoro qui in città ed i giovani passano tutto il giorno dentro i Bar a non fare niente. E questo di certo non aiuta a migliorare le cose. Non c’è futuro qui. Per questo noi stiamo studiando. Vogliamo andarcene.” Comunque non hanno dubbi, sarà Tadic ha vincere le elezioni. Il prossimo 20 maggio si svolgerà il ballottaggio tra i due candidati presidenziali. Le forze internazionali presenti in città sono state aumentate per evitare ogni possibile tensione. Chiunque dovesse vincere le elezioni è ora che faccia i conti con questa realtà quotidiana. Staremo a vedere. 

 



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