martedì 29 novembre 2022   
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Alkemia International » Kossovo: Pagine di geografia perduta  

KOSSOVO: PAGINE DI GEOGRAFIA PERDUTA
Reportage di Giovanni Bottari


Nei Balcani le cartine geografiche a poco possono servire al viaggiatore nel tentativo di orientarsi in un territorio dove la morfologia stessa prima di essere fatta di montagne, di laghi o di fiumi è fatta di popoli. Esiste un intricato rapporto tra territorio e popolazione spesso invisibile, difficilmente descrivibile, in particolare là dove non esistono confini definiti se non, appunto, quelli tracciati dalle mappe geografiche. Confini che finiscono per confondere il viaggiatore e deviarlo dall’essenza di questa terra.
Da qui inizia il mio racconto che, come i tanti che lo hanno preceduto, ha voluto o almeno ha cercato di tracciare un percorso tra tanti possibili.

Prishtina, Kosovo
Lungo l’autostrada che porta dall’Albania in Kosovo, non sono solo le montagne a scorrere davanti agli occhi del viaggiatore. Innumerevoli sono i graffiti che costellano le pareti a lato della carreggiata. Guardandoli si può ripercorrere la storia di una nazione e la loro successione grafica sembra quasi riflettere il susseguirsi del tempo.
La storia non traccia un cammino cronologicamente lineare composto da eventi che si susseguono secondo un rapporto di cause - effetto  ma sembra quasi ripetersi, saltare, muoversi intorno. Hegel diceva: “La storia si ripete sempre due volte ma la seconda è solo una farsa della prima”. I Balcani sono l’esempio pratico e lampante della massima hegeliana.

L’arrivo a Prishtina è accompagnato dal ticchettare della pioggia sulla carrozzeria del vecchio autobus. La strada scivolosa sembra quasi proiettare il cammino verso l’indipendenza. Le ruote stridono a contatto con l’asfalto, quasi come se si dovesse sbandare da un momento all’altro. Basta un niente per finire fuori strada.
L’incubo del passato non ha lasciato queste terre e impedisce un sonno tranquillo. È notte quando scendo alla stazione; la città sembra dormire; le uniche luci accese nella notte buia sono quelle del grande palazzo del UNMIK (United Nation Interim Administretion Mission in Kosovo). Una costruzione moderna che poco ha a che vedere con il paesaggio circostante. I bar, affollati di gente, riflettono la situazione nel paese: mancanza di opportunità, bicchieri vuoti, puzza di alcool e sigarette e un’intera generazione senza futuro. Mi sembra di rivedere un’immagine già vista troppe volte. Ordino una birra e condivido insieme ad altri un sorso di amaro destino.
Il giornale lasciato sul tavolino scrive di nuovi scontri nel nord del Paese tra i soldati del KFOR (Kosovo Force) e civili di etnia serba.
La regione del Kosovo nella storiografia serba rappresenta la <<Vecchia Serbia>>: il cuore di un Regno che durante il suo massimo splendore univa le rive dell’Adriatico con quelle del Mar Nero; questo molto prima dell’invasione ottomana, della nascita di Tito e della stessa Jugoslavia.
Fu qui, poco fuori la capitale kosovara, che il 28 giugno del 1389 l’esercito serbo, sotto la guida del Principe Lazar, veniva annientato dalla armate ottomane decretando la fine di un Impero e l’inizio del dominio. La leggenda vuole che il Principe Lazar abbia sacrificato se stesso (fu decapitato quello stesso giorno) e il suo Regno ‘terreno’ in vista di un nuovo Regno ‘nei cieli’; il suo sacrificio permise all’Europa cristiana di resistere all’avanzata ottomana. Molte famiglie serbe vennero scacciate dalle proprie case per non farci mai più ritorno.
L’immolazione non fu mai dimenticata e quella data venne  marchiata a fuoco sulla pelle. Quel 28 giugno a Sarajevo durante il quale venne ucciso l’Arciduca Francesco Ferdinando decretando l’inizio della Prima Guerra Mondiale, lo stesso che Milosevic scelse 75 anni dopo per pronunciare il suo famoso discorso.    
L’intera memoria storica di un popolo è racchiusa tra queste montagne, all’interno dei suoi simboli di massa e dei suoi monasteri (il monastero di Pec è tutt’oggi uno dei più importanti luoghi di culto per l’ortodossia serba).  
L’Europa stessa nelle cui mani è lasciato il futuro di un popolo, non trova unità sull’azione; divisa, arranca senza trovare soluzioni. Questo manifesta tutta l’incertezza sul futuro. Il fallimento in Kosovo potrebbe determinare una frattura inguaribile per l’intero progetto.
Nel vuoto lasciato dall’incertezza, la criminalità cresce e come un cancro si espande ed estende la propria mano sulla società. Le strade, un tempo vuote, si riempiono di automobili di grossa cilindrata, europee, dai finestrini oscurati; si allontanano nella notte mentre mi avviò verso casa.

All’esterno del Palazzo della UNMIK vi è un piccolo cimitero. Non ci sono ne tombe ne croci ma solo le fotografie dei tanti che non hanno fatto più ritorno a casa. Giovani, anziani, bambini. Quei volti sbiaditi dalla pioggia appesi lungo le cancellate che circondano l’edificio riportano la memoria indietro nel tempo agli anni bui della repressione e della guerra. La ragione perché si trovano qui e non in un altro luogo è semplice: per non dimenticare. Perché non si può e non si deve dimenticare; per ricordare ai governanti, ai diplomatici, ai funzionari delle Nazioni Unite, ai militari della NATO l’orrore di quanto accaduto. Una grande lastra riporta scritte in albanese ma riesco facilmente a immaginarne il significato. A differenza della nascita accanto ad ogni volto, la morte o la sparizione è arrivata per tutti nello stesso intervallo di tempo: 1995-1998.  

In piedi dinanzi a quei volti è difficile restare lucidi e non farsi prendere dall’emozione. Immensa è stata la sofferenza di questo popolo: prima la segregazione, poi gli spostamenti forzati e infine la guerra. Questo solo per essere figlio di madre e padre albanesi e abitare in una terra dove i nonni dei tuoi nonni hanno per secoli abitato.
Si vorrebbe dimenticare ma non si può e non si deve. Ricordare è importante perché solo attraverso la coscienza del passato si può costruire un futuro senza tragedie. Quelle fotografie non cercano vendetta ma vogliono solo la pace. Questo, forse, è il vero significato di quel piccolo altare. Per secoli non è stato insegnato altro che odio; intere generazioni non hanno conosciuto altro che guerra. L’amore e la pace sono estranee. Invece che di scuole e ospedali, il Paese è lastricato di tombe. Il passato non può essere ne cancellato ne cambiato ma può essere ricordato per costruire il futuro. La comprensione e il dialogo sono l’unica via. Ma troppe sono ancora le grida di vendetta che superano di molto quelle di comprensione. Il passato, non troppo lontano, è ancora troppo vicino per essere superato. Allontanandomi lascio alle mie spalle le parole “FUCK SERBIA” disegnate sul terreno davanti alla statua del condottiero albanese Giorgio Castriota Skandrebej. Due bambini giocano all’ombra della sua figura. Temo per il loro futuro. Le mie lacrime si aggiungono al mare versato da chi per l’odio ha perso tutto.   


Uskub (Skopje), F.Y.R.O.M (Macedonia)

Lo sguardo fiero di Alessandro Magno volge lontano. Nessuno sa esattamente dove, forse verso qualche confine lontano come a lui spesso piaceva sognare o forse, come piace sognare a qualcuno, verso Atene. Interamente coperta di Bronzo, la statua domina la piazza. È incredibilmente maestosa; due volte grande la sua gemella greca. Vengo a conoscenza del costo della statua: venti milioni di euro spesi per costruirla. Sotto la sua ombra turisti passeggiano ammirandone i particolari e bambini gitani a piedi scalzi gironzolano in cerca di qualche dinaro.
Dall’altro lato della piazza, sulla riva del fiume Vardar, l’Imperatore bizantino Giustiniano siede su un grande trono di marmo bianco. In ogni angolo è possibile intravedere statue e epigrafi che rammentano stralci di storia passata. Il ritratto perfetto di un epoca di splendore e gloria interrotta di tanto in tanto da immagini che nulla hanno da invidiare a un qualsiasi paesaggio di degrado cittadino. Da centro del Mondo a periferia di un grande Impero in pochi passi. La Skopje del nuovo millennio si innalza dalle rovine di un passato ottomano: moschee, fortezze e bazar fanno da sfondo alle nuove costruzioni.
Più di ogni altra cosa ciò colpisce è il mosaico di popoli ed etnie; un’eredità lasciata ai posteri dalla caduta dell’Impero Ottomano. La Macedonia rappresentava il punto di incontro: il luogo dove tutte le tensioni e gli odi etnici e religiosi che attraversavano la Porta trovavano la loro intersezione. Una ricostruzione in miniatura dove odio e fame di grandezza facevano da sfondo e la Storia di tanto in tanto dava qualche anticipazione circa il futuro.
La Macedonia faceva parte del vilayets albanese del Kosovo ma allo stesso tempo era parte dell’antico Regno bulgaro (la stessa lingua macedone non era altro che bulgaro e in fin dei conti lo stesso macedone non era altro che un bulgaro), dell’antico Impero bizantino e dell’antico Regno serbo. A questa situazione di tensione e frammentazione etnica si aggiungeva l’inefficienza di Costantinopoli. A cavallo tra il XIX e il XX secolo la Macedonia era una bomba a orologeria, in preda ad una spirale di violenza senza fine dove l’atrocità delle truppe turche era superata solamente dal terrorismo dei gruppi separatisti.
Le ferite non si rimarginano facilmente e il tempo difficilmente riesce a cancellare un odio che tempo non ne ha. Le popolazioni balcaniche hanno nostalgia del loro passato glorioso e le loro dispute moderne si tingono di un nazionalismo ancestrale che non segue il passare del tempo ma rimane bloccato nel punto in cui l’orologio della storia segnava l’ora del massimo splendore. Le rivendicazioni di conseguenza seguono la medesima logica: reclamano, come loro territori naturali, tutte quelle terre che a loro appartenevano al tempo della massima espansione.
La Macedonia diventa la vittima predestinata. Il suo essere tale come il suo stesso nome rimbomba per l’intera penisola quasi fosse un eco di guerra. Il dare alle cose il loro vero nome nei Balcani non è una atto rivoluzionario ma un’offesa.
La regione geografica della Macedonia supera di gran lunga i confini dell’omonimo Stato inglobando parti della Grecia settentrionale (Salonicco fa parte di questa, o meglio Tessalonica per i greci), della Tracia (la Turchia europea) e della Bulgaria occidentale. L’accusa sarebbe che la Macedonia, solo perché è stata così chiamata, in un futuro non troppo lontano possa avanzare pretese sulle cartine geografiche.
Eppure il ragazzo macedone innumerevoli volte ha oltrepassato le frontiere, ha amici grechi, bulgari e serbi. “Per quale motivo dovrei odiarli?” mi dice “cosa mi hanno fatto. Il Nazionalismo è roba da vecchi fanatici e reazionari”. Come tale si crea e si perpetua nelle menti di chi per paura di guardare al futuro rimane legato ad un passato lontano.
Il nazionalismo non esiste in natura.  



Per la strada, da qualche parte al confine tra Kosovo e Macedonia.
Il modo migliore per conoscere un paese è quello di fraternizzare con i suoi abitanti. L’autostop nei Balcani si è rivelato il miglior mezzo di trasporto, non tanto per la possibilità di viaggiare a costo zero, quanto per quella dell’incontro. Il paesaggio illude la mente. Non vi sono costruzioni che possano definire con certezza il luogo in cui si è: potrebbe essere allo stesso tempo una lontana provincia del Medio Oriente come una campagna sperduta nel cuore degli Stati Uniti. Un luogo selvaggio, incontaminato, dove l’occidente con la sua globalizzazione stenta ad arrivare se non fosse per le pompe di benzina dai nomi indiscutibilmente europei che di tanto in tanti si incontrano lungo il cammino. La facilità di ottenere un passaggio è incredibile. Le macchine, gli autocarri, i camioncini si fermano uno dopo l’altro. Mi domando quanto tempo avrei dovuto aspettare a casa mia per ottenere, e se mai l’avessi ottenuto, un qualcosa di lontanamente simile.
La malattia dell’individualismo che la globalizzazione si porta dietro e distruggere il sentimento di appartenenza ad un qualcosa di più grande dell’io, qui sembra non esistere. Tutti sono ben felici di accogliermi sui loro mezzi, di ascoltare la mia storia e io di ascoltare la loro, di aiutarmi se possono in qualsiasi modo. Sono convinto che si abbia molto da imparare da questa terra, qualcosa che noi abbiamo dimenticato e che supera in bellezza qualsiasi conquista del mondo civilizzato.
Faccio svariate decine di chilometri nel retro di un piccolo camioncino che porta un intera famiglia a casa dopo una giornata di lavoro nelle campagne. Il vento e la freschezza della sera allevia il calore di una giornata d’estate. Provo una strana felicità che mai avevo provato prima d’ora.
Vengo lasciato all’inizio di un bivio, i nostri destini si salutano e anche se non rivedrò mai più quei volti sono felice di aver condiviso con loro una parte, anche se insignificante, della mia vita. “Ne Prishtine” rispondo a chi si ferma e mi domanda. Passano un paio di minuti prima di trovare qualcuno che vada nella mia stessa direzione. Il mio compagno di viaggio si rivela essere un uomo sulla cinquantina, molto simpatico e socievole. Parla un inglese perfetto e questa volta sono io a trovarmi in difficoltà durante la conversazione. Scopro che prima della guerra lavorava nell’aeroporto della capitale come dirigente del traffico aereo. La guerra lo ha costretto a lasciare tutto quello che possedeva e a scappare con la sua famiglia. Mi racconta della interminabili file di esseri umani che abbandonavano la città, decine di migliaia, con pochi oggetti personali mentre alla spalle si lasciavano il fumo nero ed il rumore delle bombe. Adesso è il direttore delle Acciaierie di Ferizaj, le più importanti del paese. Parliamo del futuro, mi dice che il suo paese ha voglia di crescere, ha voglia di futuro, ma questo gli è negato da una classe politica immobile troppo collusa con la malavita. Sogna di ritornare a lavorare nell’aviazione civile ma il domani è incerto. Mi accompagna fino alla porta alla porta della residenza universitaria. Mi lascia il suo numero di telefono e mi supplica di chiamarlo per qualsiasi problema; dice che avrebbe piacere a rivedermi e parlare ancora con me. Non rivedrò più quell’uomo.


Mitrovica, Kosovo Settentrionale
Seduto ai tavolini di un bar osservo il fiume Ibar attraversare la città nel suo corso lento e tranquillo. Le montagne che si stagliano in lontananza non sembrano dare alcun sollievo al caldo estenuante. Più in là, all’ombra del ponte, bambini gitani cercano ristoro nelle acque del fiume. Sopra le loro teste, divisioni delle forze NATO pattugliano annoiate il passaggio sul ponte. Gli unici mezzi a passare sembrano essere veicoli militari, di tanto in tanto un’autovettura che noto essere tutte senza targa.
Il famoso ponte di Mitrovica: una struttura a metà strada tra l’architettura futurista e l’edilizia medievale. Il triste simbolo della divisione non solo di una città ma di un paese. Una divisione non ideologica, astratta, ma visibile, tangibile quasi come avesse un odore e una forma. L’atmosfera calma e tranquilla assomiglia a quella che precede una tempesta. E quando questa arriva il ponte viene chiuso delle autorità; perfino una partita di pallacanestro si può trasformare in un pretesto per lo scontro e terminare nel sangue. Le scritte sui pilastri che reggono il ponte vomitano odio.
Chiedo ad un soldato italiano di pattuglia se sia sicuro compiere una piccola visita aldilà del ponte. Mi rassicura, oggi la situazione sembra essere tranquilla. Quello stesso giorno, a poche decine di chilometri da Mitrovica, al confine tra Kosovo e Serbia, le autorità kosovare avevano perso il controllo di alcuni posti di frontiera.
Attraversiamo il ponte … la sensazione è simile a quella che si prova nell’oltrepassare un confine tra due Stati, solo amplificata di molte volte. Un confine non segnato sulle mappe geografiche ma certamente visibile. Due enormi bandiere serbe aprono l’entrata: non è difficile  capire da che lato della città si sta camminando. Le insegne dei caffè, le targhe, le stesse persone cambiano. L’unica cosa a restare uguale è il significato delle frasi disegnate sui muri, ora scritte in cirillico: l’odio è lo stesso. Ovunque appaiono croci serbe a ricordare.
È incredibile come una città possa cambiare tanto il proprio volto in un centinaio di metri. Eppure quante le città che hanno condiviso o condividono un simile destino: quante le Berlino, le Mostar, le Nicosia, le Gerusalemme.
Nella terra della divisione anche una macchina fotografica può essere di troppo. Il turista che immortala i momenti del suo viaggio con un flash può facilmente essere scambiato per un giornalista in cerca della notizia. Io potrei essere l’uno e l’altro o nessuno dei due, eppure non sono ben accetto. Mi ritrovo in una piazzetta a scattare qualche fotografia a dei bambini che giocano con un pallone, l’atmosfera è l’ideale per portare a casa un bel ricordo. D’un tratto sento dei fischi che provengono dal patio esterno di un bar; mi viene fatto cenno di avvicinarmi. “Show me your passport!” pronunciato in un imperativo che non ammette repliche. Nessun distintivo o divisa che possa conferire a quell’uomo una qualche autorità. Rifiuto di consegnare le mie generalità. Sbaglio. La situazione inizia a surriscaldarsi e richiama l’attenzione di altre persone; l’insistenza si tinge di rabbia. Io e il ragazzo austriaco al mio fianco cerchiamo di restare calmi. Lui mastica un po’ di serbo e prova a calmare la folla ormai radunata intorno a noi. Nel suo delirio politico veniamo qualificati come possibili terroristi albanesi. Una volta scoperta la sua origine, offendono il mio compagno con parole inneggianti al nazismo, lui risponde a tono con una fermezza che non potrò mai dimenticare. “You don’t call me Nazi as I don’t call you Chetnik” (i Cetnici o Esercito Jugoslavo in Patria fu un movimento di matrice nazionalista, conservatore, anti comunista e monarchico che durante la Seconda Guerra Mondiale si oppose all’occupazione nazista e al regime ultranazionalista degli Ustasha e nello stesso momento ai partigiani di Tito. I movimenti paramilitari cetnici si sono macchiati di orribili atrocità durante le Guerre Balcaniche).
Gli occhi dell’uomo brillano di una strana luce, può essere scorta rabbia, sconcerto, tristezza. Abita in questa città da 47 anni; questa è la sua città, la sua terra. Gli albanesi già posseggono una terra che si chiama Albania. Incolpa i nostri Stati di aiutare i terroristi albanesi e l’Unione Europea di supportare criminali come Hashim Thaci: “Give me only one reason!” urla. Non riesco a dire una parola, immobilizzato dalla paura continuo il volto di quell’uomo, la sua rabbia, il suo dolore.
Eppure, penso, questa continuerà ad essere la sua casa e forse anche quella dei suoi figli nonostante possa chiamarsi con un nome differente o possa essere governata da persone differenti. I suoi diritti rimarranno tali e verrà trattato come un qualsiasi altro cittadino. Se così non dovesse essere la Storia è destinata a ripetersi; non giustificherò il suo odio o le sue azioni, ma forse potrò capirle.
Arriverà il giorno che il vicino verrà chiamato compagno e non visto come un nemico. Ma i tempi non sono ancora maturi, fresco è ancora l’odore del sangue e dell’odio che imbratta i muri. Probabilmente nello stesso punto dall’altra parte della città c’è un uomo come lui che pensa le stesse cose. Non so chi abbia ragione ma so che è stupido continuare testardamente ad affermare la propria di ragione, seduto a un tavolino, senza provare ad ascoltare o dialogare. La verità sta nel mezzo come quel piccolo ponte che divide ma nello stesso momento unisce. Basta solo vedere le cose dal lato giusto.  

Giudicare senza conoscere è la prima cosa che di solito viene da fare, la più facile e certamente la più sbagliata. Le persone sono quello che vogliono essere aldilà di un appartenenza religiosa, politica o etnica. Il pregiudizio per troppo tempo ha insanguinato queste terre più della stessa guerra e dello stesso odio. Si sono commessi tanti errori nell’arrivare a questo punto della Storia; errori che non sono ancora stati pagati e mi auguro lo siano in un futuro non troppo lontano. Ricominciare è possibile, continuare sulla via della vendetta, sulla strada dell’odio non porta in nessuno luogo. Vivere nel passato non allevia il dolore del presente ne rida ciò che è stato tolto. Forse non esiste soluzione a tutto questo ma solo attraverso il dialogo è possibile scoprirlo.  
Le storie che ho ascoltato, ho vissuto, ho visto non mi hanno detto dove trovare il torto o la ragione o dove sia la colpa. Possiamo farci un’idea, sì, ma questa non sarà mai la verità, perché in fondo forse una verità non esiste affatto.

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