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Dakla

La mattinata inizia con la visita all’associazione delle donne di Dakla. Il centro è stato costruito dall’organizzazione del sindacato dei lavoratori dei Paesi Baschi ( UGT Euskadi) con l’obiettivo di realizzare corsi di formazione, gestiti da Ugt Sario( organizzazione sindacale dei lavoratori saharawi) per favorire la crescita culturale delle giovani donne. Si svolgono, infatti, attività di tessitura, corsi di lingua spagnola, d’informatica, d’igiene personale e di formazione sindacale. Il centro è inoltre formato da aule per conferenze e laboratori, da un magazzino, dalla cucina e sala da pranzo, da una stanza per la cura del corpo, da un hamman (bagno turco) e da una stanza per il guardiano.

 

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Il nostro viaggio continua verso l’ospedale di Dakla. Si tratta di una struttura, in pieno deserto, che è a disposizione di tutta la wilaya e dei beduini, circa 45-50 mila persone, con tre medici, sedici infermiere e gli unici reparti esistenti riguardano la pediatria, la chirurgia e la sala parto. Tutti i medici sono stati preparati a Cuba, ma non sono specializzati, si eseguono, quindi, solo piccoli interventi, mentre i traumi più gravi sono trasferiti a Rabouni. Le donne che normalmente preferiscono il parto in casa, dopo la campagna di sensibilizzazione, cominciano a scegliere l’ospedale, per comodità ed igiene. Per il controllo delle gravidanze esiste un ecografo, per i parti difficili, invece, la donna è sempre trasportata a Rabouni. L’ospedale è, infatti, poco attrezzato e, mancano, per esempio, le bombole d’ossigeno piccole usate per il trasporto in ambulanza, un defibrillatore, uno steccobende per fratture e macchine per aerosol. Le malattie più frequenti, ci spiega un medico, sono l’anemia causata da una mono alimentazione e la celichia, pochissimi e rari, invece, i casi di Hiv. L’intolleranza al glutine, in queste tendopoli, infatti, raggiunge un’incidenza molto alta; quasi il sei per cento dei saharawi è affetto da questa malattia, dieci volte di più rispetto agli europei.

 

Il popolo saharawi, circa duecentomila persone, rappresenta, quindi, per lo studio della celiachia, un laboratorio vivente. La loro alimentazione proviene dagli aiuti umanitari, rientranti nel Programma alimentare mondiale, basati, per lo più, su farine e cereali, che nei celiaci provocano gravi patologie intestinali e, a volte, anche diabete e infertilità. Il professore di pediatria all’università politecnica di Ancona, Carlo Catassi, afferma che, l’intolleranza al glutine è il risultato di una predisposizione genetica e di fattori di pressione ambientale, quindi, l’incidenza di celiachia aumenta, quando cresce il consumo di glutine e quando si accorcia il periodo d’allattamento al seno, introducendo precocemente il glutine nella dieta del neonato. Il “caso Saharawi”, sempre secondo il professore, è sicuramente imputabile ad una predisposizione genetica, si tratta, infatti, di una popolazione molto omogenea, esclusiva. Il loro sfollamento in Algeria, la condizione di profughi e la loro sussistenza legata agli aiuti umanitari ha determinato un improvviso carico di glutine in persone non abituate al consumo di cereali, provocando così una mutazione genetica. Il problema ora è quello di trovare cibo senza glutine e di farlo arrivare al popolo saharawi. Farina, pasta e pane senza glutine non si trovano in Algeria o nei paesi confinanti, ed inserirli, in quantità adeguata, fra gli aiuti umanitari, diventa troppo costoso.

 

I prodotti senza glutine, per il momento, arrivano a Tindouf da una sezione toscana dell’Associazione Italiana Celiachia (AIC), che ha adottato a distanza molti bambini, con lo scopo di rifornire loro di almeno cinque chili di farina il mese. L’AIC ha anche finanziato la nuova struttura del Dipartimento Celiachia di Rabouni, come Centro di Diagnosi e Cura della Celiachia, donato poi al Ministero, diventando così un Dipartimento ministeriale. L’equipe tecnica è formata da un medico pediatra, un tecnico sanitario, un gastroenterologo, un dietista ed anche un autista, necessario per gli spostamenti nei vari campi. Un’altra figura decisiva è quella del Coordinatore/Direttore, intermediario tra l’Aic e le Autorità Saharawi, il cui compito è quello di curare il Registro Celiachia Saharawi, tenendolo aggiornato secondo le informazioni trasmesse dai medici delle varie wilayas. La creazione di tale registro è ancora in lavorazione. Per la fornitura degli alimenti, oltre agli aiuti dell’associazione italiana, sono in corso di verifica, la possibilità di acquistare prodotti senza glutine, direttamente da aziende algerine, eliminando così i costi ed i tempi di spedizione dall’Italia. Il lavoro, a questo punto, di alcune donne del ministero saharawi per la cooperazione, è quello di convincere le famiglie, abituate a riunirsi intorno a grandi piatti di cous cous, che quest’intolleranza non è una disgrazia, ma solo un problema da gestire. La celiachia è entrata di prepotenza dentro le vite e la cultura dei saharawi ed è importante e necessario quindi continuare ad istruire le madri.

 

La maggior parte della popolazione (circa il 65%) preferisce curarsi, in una prima fase, con la medicina tradizionale, solo in seguito, ricorre all’ospedale, e lo dimostra, infatti, il dato del ricovero di una sola paziente dall’inizio dell’anno ad aprile.

 

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Incontriamo, subito dopo la visita all’ospedale, il Governatore di Dakla, Lebsir Salem.


 
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Il Governatore, apre il colloquio, esponendo la delicata situazione politica e sociale dei campi e rileva l’importanza del fatto che, le associazioni e le persone che li visitano, devono portare, nei loro paesi d’origine, la causa del popolo saharawi, sia a livello sociale sia politico. Puntualizza anche che, la solidarietà economica e sociale che il popolo Saharawi riceve dai paesi arabi, proviene solo dall’Algeria. Illustra, subito dopo, i settori dove è possibile attuare un programma d’interventi nella wilaya di Dakla: ambiente ed anziani. Per l’ambiente, si tratta di organizzare la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. Per gli anziani, invece, il problema è legato alla necessità di costruire centri d’accoglienza, in grado di ospitare quelli con problemi di pressione e carenze alimentari, durante il periodo estivo. Oggi esiste solo un centro, con venti stanze da quattro posti letto l’una, una sala tv, sala fisioterapia, cucina bagni e docce. Ogni persona, con un’età superiore a 65 anni, se ha bisogno di cure, può soggiornare quaranta giorni. Il bisogno di latte di dromedario, per il nutrimento degli anziani, è superiore a quello prodotto; è quindi necessario aumentare il numero dei dromedari. Il costo d’acquisto di una femmina si aggira intorno ai mille euro e quello per il foraggio di circa un euro e mezzo, per animale. Vicino al centro si allevano una quarantina di dromedari con quaranta cuccioli. Il costo finale per mantenere un anziano è di sette euro il giorno.

 

Il centro è alimentato da pannelli solari e le persone/assistenti che ci lavorano sono circa diciassette. Una volta a settimana, i medici del vicino ospedale, prestano servizio per le visite di controllo degli anziani.

 

Sandra, Rita, Ada e Giovanni hanno preso nota di tutti i bisogni espressi dal Governatore, per essere così in grado di programmare nuovi validi progetti, una volta terminati quelli in essere.

 

 

 


 
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La mattinata si conclude con la visita alla scuola per ciechi ed alla palestra, adiacente all’ospedale, costruita un anno e mezzo fa. La palestra non è ancora funzionante per la mancanza delle relative attrezzature, ma, la struttura porta già i segni d’usura causati dai fattori climatici.

 

Incontriamo il direttore della scuola, anche lui cieco. “Il nostro lavoro – dice – è quello di rendere forte il pensiero del ritorno”. Un anziano membro dell’ex consiglio saharawi spagnolo, ci saluta dicendo “Da noi si afferma che sono due le persone che non si dimenticano: chi ci ha aiutato e chi ci ha attaccato”.

 
 

Riprendiamo così, dopo il pranzo e la visita al centro anziani, il nostro viaggio, a bordo del fuoristrada, per rientrare a Rabouni, al campo “27 Febbraio”. Attraversiamo nuovamente il deserto, ma, con una luce diversa, essendo pomeriggio inoltrato. Mille sensazioni e pensieri attraversano la mia mente, qui tutto sembra sospeso nell’aria, ma, purtroppo tutto è anche spaventosamente vero.

 

Facciamo una piccola sosta e, Flavio non perde l’occasione di mostrare la carta geografica al nostro autista, Taualu, che traccia subito, con la mano, i territori occupati ed indica il luogo dove è nato. Il suo paese d’origine è Dakla, ma quella che si trova sul mare, non il campo profughi. Allo scoppio della guerra, racconta, di essere scappato con tutta la famiglia dal suo paese sino a Faydat As Sadra, impiegandoci un mese e poi, viaggiando solo di notte, per paura di essere uccisi, di essere infine arrivato a Bir Magrein.

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Continua a spiegare che il servizio militare è volontario, ognuno decide quando andare e per quanto tempo. Ogni nuovo arrivo al fronte corrisponde ad un rientro di un altro. Al fronte ci sono solo nomadi e soldati, le città sono deserte perché, se solo fossero di nuovo abitate, l’esercito marocchino tornerebbe a bombardare. Inoltre, il lungo muro di sabbia costruito dal Marocco, deve essere continuamente presidiato. La scelta di essere un soldato è anche dettata, se pur in minima parte, da una necessità economica, in quanto si guadagna poco: 30 euro il mese! ma anche così si può contribuire al proprio bilancio familiare.

 

Un antico proverbio spiega, in modo chiaro e semplice, la forza e la determinazione di questo popolo: “ Potranno uccidere il gallo che canta l’alba, ma, non potranno mai uccidere l’alba”.

 
 
 


Arriviamo, infine, al nostro campo, verso sera.

 

La nostra padrona di casa, Siyda Baba Behivat è gentilissima, attenta alle nostre necessità ed abitudini. Spesso, quando rientriamo dalle varie visite quotidiane, troviamo una distesa di stuoie davanti alla tenda, pronte ad accoglierci stanchi ed assettati e, quindi non mancano mai, una bottiglia d’acqua ed un bicchierino di thè. Dopo un breve relax, diamo inizio ai preparativi per la notte. Cominciano i turni per il bagno, per una doccia veloce, tenendo d’occhio sempre gli scarafaggi che, incuranti di noi, passeggiano tranquillamente. Pronti per la cena, sempre in compagnia delle nostre padrone di casa, siamo ormai rilassati e tranquilli. La giornata è finita e, per alleviare la sofferenza accumulata, non tardano ad arrivare benefiche battute spiritose. Ada e Luigi sono ormai diventati le “macchiette” del gruppo: Ada, con il suo spiccato accento romagnolo, non perde occasione a divertirci con i suoi modi di dire e Luigi, con la sua calma e flemma, si diverte a prenderla in giro. Il tempo tra la cena ed il dormire è occupato in modo diverso, chi legge, chi parla e chi, specialmente noi donne, facciamo la fila davanti a Giovanni, nell’attesa di ricevere un benefico rilassante massaggio.

 

E’ arrivato il momento di dormire, un ultimo sguardo al cielo e alle stelle, che intravedo, attraverso la tenda che si muove al soffio leggero del vento, un ultimo “buona notte”, prima di staccare il filo del neon, collegato alla batteria, che illumina la tenda.


 
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A domani…………

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