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4° Giorno

Rabouni

La nostra padrona di casa ci sveglia piacevolmente portandoci la colazione: pane fatto in casa, marmellata, thè o caffé solubile. Uno dopo l’altro, lasciamo i nostri sacchi a pelo ancora addormentati, riprendendo lentamente energia. Eccetto Rita che continua tranquillamente a dormire. Prendiamo in giro gli uomini che, anche in pieno deserto, sentono la necessità di radersi.

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Oggi, come prima tappa, ci dirigiamo all’ospedale nazionale di Rabouni, dove si trovano i reparti di medicina generale: pediatria, ginecologia, radiologia, chirurgia, urologia, oculistica, celiachia, e laboratori vari.
Vi si trova anche una farmacia, una cucina, due sale operatorie e la direzione veterinaria.
Per la scarsità di materie prime, il laboratorio di farmacia, non è in grado di produrre a sufficienza medicine per il fabbisogno dei campi, con la diretta conseguenza, di dover sospendere, a volte, le terapie in atto. Solo grazie a una Ong tedesca e alla ECHO dell'Unione Europea, questa emergenza riesce ad essere superata.
In questo ospedale, i posti letto sono trentacinque. Il personale è composto da quattordici medici (sette saharawi e sette cubani), da trenta infermieri, (con preparazione nella scuola saharawi di tre anni) e venticinque ausiliari. Il personale medico una volta la settimana effettua le visite presso le altre wilaya. La paga di un medico è di 50euro il mese.
Come per l’ospedale di Dakla, anche qui, manca il reparto di ortopedia, con la conseguenza di dover portare il paziente fino a Tindouf. Non c’è ancora nessun collegamento tra gli ospedali locali con quello nazionale.
Le malattie più frequenti sono l’anemia (dopo il parto), denutrizione, celiachia, ipertensione, asma, bronchiti e problemi al fegato.
Il parto, rimane una delle cause più frequenti di mortalità infantile e femminile. Si ricorre, infatti, all’ospedale solo in caso di necessità perchè la maggior parte delle donne, segue la tradizione e partorisce in casa con l’aiuto di donne più esperte. Le patologie più diffuse tra i bambini sono legate ai problemi respiratori e gastro-intestinali, problemi che sarebbero risolvibili semplicemente con strutture e farmaci adeguati.

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Una volta usciti dall'ospedale, ci dirigiamo al Museo Militare della Guerra.
Numerosi documenti e fotografie, sottratti al Marocco, sono stati raccolti e catalogati per poter dimostrare che era in atto una guerra, sempre negata a livello internazionale.
All’interno del museo è presente un plastico che rappresenta il territorio Saharawi con delineato il percorso del muro minato ed elettrificato. Una barriera di sabbia e cemento, alta e larga  quasi due metri per una lunghezza di duemilaottocento chilometri, che separa i territori liberati da quelli occupati dal Marocco.
Nel 1991, infatti, l'attività bellica viene sospesa grazie ad un accordo di pace mediato dalle Nazioni Unite. Il Marocco occupa così esattamente la metà del paese e il Fronte Polisario ne controlla l’altra metà.
I Saharawi hanno eletto, da tempo, la causa palestinese come simbolo della loro lotta. Basti osservare la bandiera della RASD dove i riferimenti alla Palestina sono molteplici.
Quando, infatti, si parla del Saharawi si rilevano le tante similitudini con il popolo palestinese: i campi profughi, i territori occupati, il muro, l’intifada ed il “maledetto” mese di settembre. Fu a settembre del 1992 e 1999, infatti, che la polizia marocchina represse nel sangue una manifestazione per i diritti dei Saharawi. Per questo motivo, settembre fu dichiarato il mese dell’Intifada. Morti, feriti, arresti di massa. Sempre a settembre, un mese maledetto; il mese delle stragi. Basti ricordare il Cile, Sabra e Chatila e le Torri Gemelle.

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La popolazione saharawi, una volta proclamato il cessate il fuoco, si è fidata dei mediatori occidentali ed ha creduto nel processo di pace. Nei territori occupati dai marocchini però continuano gli arresti arbitrari e il regime di polizia.
Ahmed Bujari, rappresentante del Fronte Polisario alle Nazioni Unite, commenta così nell’aprile 2006, la proposta del segretario generale dell’ONU Kofi Annan di dare inizio a negoziati diretti tra Saharawi e Marocco: “Negoziati diretti per cercare una soluzione mutuamente accettabile per prevenire all’autodeterminazione del Sahara, mi sembra una proposta inaccettabile”.
Annan ed il rappresentante dell’Onu per il Sahara, Peter Van Walsum avevano, infatti, diffuso un documento nel quale invitavano il Fronte Polisario, affiancato dall’Algeria e il Marocco dalla Mauritania, a trovare una soluzione politica giusta, duratura e mutuamente accettata. Il patto prevedeva l’autodeterminazione del Sahara Occidentale.
Le Nazioni Unite, sino a quel momento, non avevano mai ottenuto alcun risultato concreto ed ora in pratica, chiedevano alle parti in causa, di risolvere da soli tutta la vicenda.
E' dall'inizio della guerra in Iraq, che le Nazioni Unite, vivono un periodo difficile. Gli scandali che hanno coinvolto anche il figlio di Annan e gli sprechi finanziari dei quali sono accusate le missioni di pace, hanno costretto l’Onu a cambiare rotta, a dare un chiaro segnale d’austerità economica. Ovvero, eliminare le missioni non strettamente necessarie. Una di queste è proprio la Minurso per  il Saharawi.
La situazione dei profughi è ancora drammatica, considerando che l’ultimo anno è stato caratterizzato da una serie di scontri e violenze nel Sahara Occidentale. La speranza di un’apertura ad un dialogo serio ed efficace, è molto lontana. In un discorso a El Aiun, infatti, il re ha ribadito che l’unica soluzione possibile per Rabat, è la concessione di una forte autonomia ai Saharawi, all’interno, però, della monarchia marocchina. Il Fronte Polisario insiste invece per l’applicazione del cosiddetto “Piano Baker”, ex inviato di Annan, che prevedeva un’amministrazione transitoria di cinque anni fino ad arrivare al referendum sull’autodeterminazione.
La situazione è dunque bloccata e le condizioni dei saharawi diventano sempre più difficili, considerando anche che in questi ultimi anni, si sono verificati gravi episodi di violenza rimasti totalmente sconosciuti alla maggior parte del mondo occidentale.

Salek Saidi, 21 anni, bruciato, perché urlava le sue idee.
Il suo viso ora è devastato ma, Salek non si lamenta, è una vittoria per la causa.
Il fatto è successo il 28 maggio 2006, alle due del mattino, all’uscita da una sala per le feste, dopo un matrimonio, ad El Aaiun. Salek, insieme con un gruppo di giovani, aveva iniziato ad urlare slogan a favore dell’indipendenza del territorio conteso, alzando bandiere del Polisario. Secondo gli amici, fu solo un’allegra piccola processione per le strade, nessun edificio statale o privato fu attaccato, né provocarono le forze dell’ordine. In pochi minuti, però, le forze dell’ordine insieme ai Gus, (Gruppi Urbani di Sicurezza) nuova ed odiata squadra poliziesca, attaccarono il piccolo gruppo, disperdendolo e portandosi via, come trofeo, tre saharawi, di cui uno era Salek. I tre ragazzi, secondo un comunicato diffuso il giorno dopo dal Collettivo dei Difensori Saharawi, furono trasportati al Commissariato Centrale di El Aaiun ed aggrediti nei locali della polizia. Alle nove del mattino li consegnarono alla Polizia Giudiziale per essere interrogati. Tutto poteva finire così dove i colpi e gli insulti agli indipendentisti erano la norma. Ma, invece, è successo qualcosa di ben più grave.
Secondo il racconto di alcuni testimoni, riportato nella denuncia del padre, si arrivò al dramma per un’insieme di “bravata” poliziesca e di criminale irresponsabilità.
Durante l’interrogatorio condotto da due ufficiali di polizia, un saharawi chiamato Mulud Diraa ed un collega marocchino, Salek fu cosparso con un liquido infiammabile e minacciato di dargli fuoco. Non si sa con certezza cosa successe ma il risultato fu che Salek bruciò come una torcia. Nessuna notizia sui giornali e nessuna inchiesta contro i poliziotti.

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Amnesty International, il 05 febbraio 2007, ha pubblicato un dossier sul caso Brahim Sabbar e Ahmed Sbai, due attivisti saharawi, invitando il governo di Rabat a garantire ai due imputati un equo processo. Il capo d’accusa: appartenenza ad un’associazione non autorizzata dedita all’incitamento ad attività violente di protesta contro l’amministrazione marocchina del Sahara occidentale.
Sabbar e Sbai, rispettivamente segretario generale e militante dell’associazione Saharawi delle Vittime delle Violazioni dei Diritti Umani ( Asvdh), furono arrestati il 17 giugno 2006, ad un posto di blocco alle porte della cittadina di l’Aaiun, mentre tornavano dall’inaugurazione di una sede della loro associazione nella località di Boujdour. Amnesty rileva la strana coincidenza dell’arresto con la pubblicazione, da parte dell’Asvdh, di una denuncia di 121 pagine, nelle quali sono descritte detenzioni arbitrarie, torture ed abusi da parte della polizia marocchina ai danni di detenuti saharawi.
Il primo processo si concluse con una condanna a due anni di carcere, confermata anche in appello il 20 luglio 2006. In nessuno dei due procedimenti furono ascoltati testimoni chiave della difesa. Sabbar e Sbai, detenuti nel famigerato carcere di l’Aaiun “Carcel Negra”, il 04 settembre 2006 iniziarono uno sciopero della fame, per protestare contro il rifiuto del governo marocchino di rispondere alle loro richieste. A causa delle loro gravi condizioni di salute, sospesero  lo sciopero ad ottobre. Il 30 gennaio 2007, furono costretti a riprendere la loro protesta a causa dei numerosi abusi subiti durante la detenzione. Abusi poi confermati da una missione dell’Alto Commissariato dell’Onu, anche se non ottenne nulla dal governo di Rabat.
Sabbar conosceva bene il carcere, infatti, fu sequestrato, la prima volta, il 14 agosto 1981 nella città di Dajla, rimanendo in carcere per ben dieci anni, senza nessuna imputazione né processo. Ufficialmente non fu proprio arrestato, ma dichiarato “desaparecido”. Si persero, infatti,  completamente le sue tracce come troppo spesso succede a molti prigionieri politici saharawi.

Il 01 luglio 2008 il sito di Peacereporter riporta una bellissima notizia: Brahim Sabbar è stato liberato!
“La libertà è essere felici, ed io non sono felice”. Questa è stata la prima risposta dell’attivista alla domanda sul suo stato d’animo, dopo due anni passati in carcere.
La liberazione di Sabbar è avvenuta il 17 giugno, giorno in cui si celebra la festa nazionale del popolo saharawi. Ogni anno, infatti, in questa data, si organizzano intifada pacifiche o azioni simboliche come, per esempio, innalzare bandiere della Rasd per le strade o sugli edifici della città, scrivere sui muri slogan a favore dell’indipendenza ed il rilascio dei prigionieri.
Per paura di trovarsi di fronte a tante manifestazioni, le autorità marocchine lo liberarono all'alba, trasferendolo immediatamente in una casa alla periferia della città.
Sabbar, non felice ma commosso, racconta delle condizioni in cui vivono i prigionieri nella Carcer Nera: celle sovraffollate, condizioni igieniche precarie (mostra, molti segni d’infezioni alla pelle delle braccia e gambe), frequenti torture, violenze sessuali, insulti ed umiliazioni.
Il giornalista italiano Marco Belloni era presente alla sua scarcerazione. Azione importante non solo al fine di una corretta informazione, ma anche perché la presenza europea, soprattutto in questi casi, è sinonimo d’immunità dagli attacchi marocchini.
“Magari ci fossero sempre degli europei alle nostre scarcerazioni”, commenta Sabbar salutando e ringraziando gli operatori italiani.

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Il 14 novembre 2007 la polizia marocchina reprime con ferocia, nella città di Smara, la
manifestazione indetta per commemorare il 32° anniversario dell’invasione del Sahara Occidentale.

I pacifici manifestanti saharawi, ancora una volta, sono scesi in piazza, armati solo con le loro bandiere, ma la polizia marocchina ha reagito pestando i dimostranti nel silenzio assoluto dei mass media.
Le mobilitazioni non si fermano ai soli territori occupati. Gli studenti dell’università di Madrid, infatti, diffusero un appello per una manifestazione nei “territori liberati” del Sahara Occidentale, davanti al Muro. Obiettivo: chiedere il suo smantellamento, simbolo della colonizzazione e ribadire la necessaria autodeterminazione dei Saharawi.
La mobilitazione ha così consentito, il 22 marzo 2008, alla più grande manifestazione mai vista in quell’area: oltre 2500 persone, prima di tutto saharawi che abitano nei campi profughi nella zona di Tindouf, spagnoli, italiani, francesi, svizzeri e belgi. Tutti uniti in una grande catena umana davanti al Muro. Canzoni tra il vento e la sabbia del deserto, bandiere, volti e colori, contro la violenza, la repressione ed i soprusi che il governo marocchino da oltre 30 anni, giorno dopo giorno, perpetua ai danni dei questo popolo.

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La forma scelta di Intifada pacifica, per rivendicare il proprio diritto all’autodeterminazione, è messa a dura prova dalle continue violenze del governo marocchino e dal silenzio internazionale ed europeo. Grandi sono gli interessi che giocano sul territorio saharawi: il Marocco sta diventando uno dei più grandi alleati degli Stati Uniti fuori dalla Nato e le risorse naturali (miniere di fosfati, mare pescoso, petrolio) dei territori occupati sono ormai entrate nei giochi delle potenze mondiali.
Omar Mih, rappresentante in Italia della Rasd, racconta che, nell’ultima seduta del Congresso della Repubblica Araba Saharawi Democratica, sono state prese decisioni importanti. E’ stato dato mandato alla Direzione di continuare a prendere parte alle trattative bilaterali con il Marocco e d’implementare con infrastrutture gli insediamenti già presenti nei territori liberati. Devono essere pronti con una propria sussistenza al rientro nella striscia di Patria non occupata anche perché questo comporterà nell’immediato la perdita di status internazionale di rifugiato e profugo.
Oltre il 30% del territorio dell’ex Sahara Spagnolo non è occupato dal Marocco, ma, i Saharawi non possono cercare di occupare tutta l’area dato che, lungo il muro che chiude i territori occupati, sono dislocate oltre sei milioni di mine ed ordigni inesplosi, rendendo così la vita impossibile in quei luoghi.

Il 17 maggio 2008, nell’università di Marrakech, si è scatenata un’ondata repressiva contro gli studenti saharawi che stavano organizzando una manifestazione in commemorazione del 10 maggio, il 35° anniversario della nascita del Fronte Polisario. Secondo gli studenti, la polizia marocchina ferma e scheda i ragazzi solo perché organizzano e partecipano a riunioni pacifiche, a favore del diritto d’autodeterminazione del popolo saharawi. A causa di questo brutale intervento della polizia, ci sono stati otto feriti, di cui tre gravi. Lo studente più grave è El Gadimi Uld Luali, gettato dalla polizia dal quarto piano, dopo essere stato torturato. Ha riportato fratture al cranio, al collo, alla colonna vertebrale ed alle gambe.  Oggi è paraplegico.
Il Pubblico ministero della Corte Suprema del tribunale di prima istanza di l’Aaiun, ha deciso il 16 maggio 2008, di incarcerare il vecchio prigioniero politico saharawi, Abdelaziz Edday (26 anni) nella prigione Nera, con l’accusa di aver partecipato ad una manifestazione avvenuta l’8 e 9 maggio nella città di Tarfaya, sud del Marocco. Edday, nato nel 1982 nella città di Tarfaya, era già stato oggetto di detenzione politica, sempre per gli stessi motivi, nel 2005, con una condanna a quattro anni, ridotta poi a due, dal Tribunale d’appello.

Come si può capire, la situazione del popolo saharawi è, veramente, tragica. E tutto questo succede nel più totale silenzio. Per questo i Saharawi hanno trovato il sistema di far conoscere al resto del mondo la loro tragica condizione, grazie alla fotografia amatoriale. Le immagini ed i video sono realizzati e distribuiti con diversi mezzi, spesso, clandestini, nonostante una severa censura ed oscuramento dei siti web solidali con i saharawi. Come dichiarato a Peacereporter da Aminatou Haidar, militante saharawi, imprigionata per oltre quattro anni con gli occhi bendati, “La fotografia amatoriale può liberare dal silenzio la nostra terra occupata. Dobbiamo farlo, esporci perché alla nostra lotta occorrono volti e nomi. Per questo abbiamo preso l’abitudine di scattare fotografie, durante le mobilitazioni in strada, nelle nostre case, in carcere, in segreto, durante le ore notturne e quando è possibile eludere la sorveglianza. E’ un impegno delicato ed efficace. Comunichiamo con le parole e con le immagini dal cuore stesso delle prigioni e dei tribunali.”

Il Regno del Marocco, secondo il quotidiano spagnolo “El Pais”, avrebbe speso, dalla sua occupazione del territorio del Sahara Occidentale ad oggi, più di novantacinque miliardi di dollari!
Questo enorme budget è servito a finanziare le pattuglie dispiegate nella zona contesa. Oltre alla spesa militare, c’è una spesa civile, di circa altri venticinque miliardi di dollari, che l’ex Re Hassan II ha utilizzato, in gran parte, per trasferire cittadini marocchini nel Sahara Occidentale, secondo il noto piano della “Marcia verde”.

Terminata la visita al Museo della guerra, torniamo verso la nostra tenda al campo “27 Febbraio”, per il pranzo e la siesta pomeridiana. Oggi fa troppo caldo per uscire e dobbiamo aspettare sino ad oltre la metà del pomeriggio, prima di riprendere la strada.  
Verso le 17.00 ci rimettiamo in cammino in direzione El Aaiun per visitare gli orti provinciali. Arriviamo a destinazione dopo un’ora di deserto. Finalmente, un po’ di verde.
In questo cooperativa vi sono sei serre (50x8 mt.); cinque coltivate a pomodori, una a zucchine, tutte funzionanti con il sistema d’irrigazione a goccia. Sono seguite da due agronomi e dodici operatori stabili. Vi sono altre coltivazioni a terreno, circa cinquanta aree (4x2 mt. ciascuna), dove si lavorano carote, rape e lattuga. L’acqua è portata con tubi di gomma o a mano e i prodotti raccolti, sono distribuiti all’ospedale ed alle famiglie più bisognose.

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Rientriamo, infine, quando già si delinea il tramonto. Ultimo giro tra le tende e le case del campo, dove incontriamo sempre bambini pronti a sorriderci e persone che non perdono mai la capacità di credere ad una vicina Vittoria.

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Continua……..




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