giovedì 20 gennaio 2022   
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2° Giorno (I° parte)

 
 

Finalmente è arrivato il momento di riprendere il viaggio!! Arrivati ad Algeri verso le 15, c’imbarchiamo, a mezzanotte, per Tindouf. I controlli in aeroporto sono numerosi e ripetitivi.

 

I nostri compagni di viaggio si sono rivelati simpatici e disponibili nel rispondere a tutte le nostre domande. Quando atterriamo di nuovo, sono già le tre del mattino.

 

Lasciato l’aeroporto di Tindouf, attraverso una strada asfaltata ed un posto di blocco, varchiamo il confine di stato tra l’Algeria e la R.A.S.D. (Repubblica Araba Saharawi Democratica), in direzione dei campi profughi. Raggiungiamo Rabouni, dopo circa 25km., centro direzionale-governativo e sede del centro di accoglienza per le delegazioni straniere. Siamo ospiti, presso una famiglia, nel campo chiamato “ 27 Febbraio”.

 
 

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E’ notte fonda e non capisco ancora dove sono. Il buio è tutt’intorno a me. Noto, attraverso i fari del fuoristrada, solo tende e piccole costruzioni di pietra che sembrano essere “case”. Un immenso cielo stellato, sembra voglia porgermi i suoi saluti, mentre i miei piedi, calpestano solo sassi e sabbia. Siamo sistemati in una grande tenda dove, all’interno, vi sono immensi tappeti. Intorno alle pareti, materassi per dormire. Al centro, un tavolo basso senza sedie ma con comodi cuscini. La stanchezza è tale da sistemare solo i nostri bagagli, stendere i sacchi a pelo e dormire.

 

Dopo poche ore siamo svegliati con la colazione dalla padrona di casa. E’ già mattina. Solo ora posso rendermi conto veramente dove sono.

 

La struttura della casa è semplice: un basso muro di cinta con un ingresso stretto e un cortile su cui si affacciano quattro piccole porte, Di fronte, la grande tenda. In una di queste stanze, è collocata la cucina con un lavandino, un fornello, un forno ed un frigorifero. Tutto rigorosamente a gas. Le altre due stanze, invece, sono camere da letto collettive. L’ultima, anch’essa in muratura, è il bagno. Naturalmente “alla turca”, dove è anche possibile fare una doccia con bacinella e secchiello.

 

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Tutta la popolazione saharawi, ospite dei campi profughi, vive in tende tutte uguali, diverse da quelle tradizionali dei nomadi, costruite in loco con stoffa dell’ONU o del nord-Europa. Hanno una dimensione variabile tra i 15 e 30 mq. con stuoie e tappeti per base. Ogni volta che si forma un nucleo familiare, viene costruita una nuova tenda e nelle vicinanze, una casetta in mattoni d’argilla essiccati al sole. Una coperta di metallo come copertura.

 

Le costruzioni in muratura sono aumentate nel momento in cui il processo di pace è iniziato. Molte persone, stanche di continuare a vivere sotto le tende, hanno quindi deciso di migliorare un po’ le loro abitazioni. Il governo non incoraggia tali costruzioni, come fa invece con le tende, ma non ostacola tale cambiamento. Tutte le necessità primarie sono soddisfatte dal governo che, attraverso il Comitato dell’alimentazione, distribuisce tabacco, thè, zucchero, farina, latte in polvere, vestiti e gas per l’illuminazione e per la cucina. Nei campi non c’è corrente elettrica, ma solo luce alimentata da batterie. Vi possono essere ugualmente delle differenze tra le varie tende, in virtù di qualche denaro o capra in più.

 

La situazione economica dei campi si può definire di “socialismo reale”, dipendendo tutto dagli aiuti umanitari dei vari organismi internazionali. L'intervento umanitario estero ha consentito in questi anni di poter contribuire allo sviluppo di questa società. Non solo va elogiato il ruolo fondamentale svolto da Cuba, nella formazione di quelli che in seguito sono diventati i futuri medici, infermieri, ingegneri ed insegnanti della Repubblica del Saharawi, ma anche dei Paesi Baschi e delle organizzazioni umanitarie spagnole che, grazie ai loro investimenti, hanno contribuito a realizzare scuole, ospedali e strutture sociali di comune utilizzo, come ambulatori, luoghi d'incontro o ricoveri specifici per anziani e bambini.

 

Altri importanti interventi sono stati realizzati anche dall'Italia grazie, non all'impegno diretto dello stato ma, al contributo degli enti pubblici locali e delle organizzazioni di volontariato, soprattutto dell'Emilia Romagna e della Toscana.

 

I piccoli bazar, presenti nei vari campi, sono gestiti da privati, ma con materiali e prezzi imposti dal governo. Durante l’inverno ed i brevi periodi d’autunno e primavera, la gente è attiva tutto il giorno, mentre in estate, molte attività si svolgono solo di notte ed al mattino.

 

L’ospitalità, per i Saharawi, è sacra. Noi siamo ospiti, ma cerchiamo ugualmente di collaborare, per quanto c’è permesso, nella preparazione dei vari pasti. Non abbiamo molto tempo per guardarci attorno, dobbiamo partire subito per arrivare a Dakla, il distretto regionale più a sud. Un momento per il thè, però, c’è sempre.

 

Il thè, per i saharawi, rappresenta la bevanda tradizionale per eccellenza ed è fatto in un modo del tutto particolare. Ogni tenda ha a disposizione un vassoio, bicchieri, teiera e zucchero da offrire a chiunque ed a qualsiasi ora. Stare ad osservare la lunga preparazione è come assistere al gioco dei prestigiatori o al gioco delle tre carte. Si scalda l’acqua, si prepara l’infuso e s’inizia quindi a versare il contenuto, in modo alterno, da un bicchiere all’altro, fino a che non si crea una schiuma che sale fino all’orlo. Il rituale, infatti, prevede che sia ripetuto per tre volte. Tre porzioni di bevanda dal profondo significato e antico legame con le tradizioni di questo popolo: il primo bicchiere è amaro come la vita, il secondo è dolce come l’amore ed il terzo è soave come la morte. Questo rito diventa utile sia per riempire le lunghissime giornate nel deserto e sia per facilitare la socializzazione.

 
 

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Partiamo, accompagnati dal Responsabile Relazioni Internazionali UGT Sario (organizzazione sindacale dei lavoratori saharawi), Labida Cherif Kasisa e dal referente locale dei progetti della Regione Emilia Romagna, Limam El Hassan.

 

Dakla dista da Rabouni circa centocinquanta chilometri, ma occorrono quasi tre ore di viaggio per la difficoltà del percorso: il primo tratto, su strada asfaltata, si attraversa il deserto, abbandonata poi, per proseguire “fuori pista”. Nessuna segnaletica, indica la nostra meta.

 
 
 

Approfittiamo, come al solito, delle soste lunghe per continuare a raccontare questo straordinario popolo.

 

Il popolo Saharawi sfiora un milione e mezzo di persone, circa 700.000 vivono nel Sahara occidentale, 170.000 nei campi profughi ed il resto sparsi nel mondo.

 

I campi profughi sono in territorio algerino, nel Maghreb, in particolare, sono situati nella zona più ad ovest dell’Algeria, vicino a Tindouf, su un altopiano desertico, la Hammada, a circa 500 metri di altitudine. Il territorio destinato ad ospitare i campi profughi è di circa 100Kmq, si spinge verso il Sahara occidentale ed è completamente desertico, piatto, ricoperto da sassi e sabbia.

 

La temperatura varia nelle due stagioni: in estate si raggiungono temperature anche di 50°-60°, mentre durante le notti d’inverno, anche i 5° sotto zero. L’intera regione subisce spesso, in estate, il vento di scirocco che, a volte alza vere e proprie tempeste di sabbia, dalle quali è difficile ripararsi. In inverno, invece, un vento freddissimo simile alla nostra tramontana lambisce questo territorio.

 

La vegetazione è praticamente assente, eccetto rari alberi a spine ed un’oasi di palme, presso la tendopoli di Dakla. L’acqua è reperibile a pochi metri di profondità, ma non è da considerarsi potabile e di difficile utilizzo agricolo, a causa della sua elevata salinità.

 

L’acqua potabile si trova solo in poche zone, vicino alle quali sono state costruite le tendopoli dei rifugiati. I campi sono strutturati in quattro province, chiamate “Wilaya”: El Ayoun(la capitale), Smara, Dahla e Ausserd e venticinque comuni, chiamati “Daira” e tre scuole residenziali.

 
 

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Le Wilayas e le Dairas mantengono i nomi delle città del Sahara Occidentale, con lo scopo così di ricreare l’identificazione ed il legame con la patria d’origine. La R.A.S.D. virtualmente si estende su tutto il territorio, ma in realtà lo è solo nella parte liberata dall’occupazione marocchina. Il territorio conteso è di circa 266.000kmq. I Saharawi hanno voluto costruire un’organizzazione sociale, caratterizzata da una stretta interrelazione tra apparato ideologico e apparato sociale, dove tutti sono chiamati ad un ruolo attivo; dove sono valorizzati gli anziani e dove le donne condividono responsabilità a tutti i livelli. La priorità spetta all’educazione e alla sanità. Tutti i giovani concludono gli studi elementari e medie. E grazie a questo principio, si evita il pericolo che il meccanismo d’attesa passiva e di fatalismo possa indurre alla smobilitazione ed alla corruzione.

 

Ogni daira ed ogni scuola residenziale, chiamate con nomi che ricordano eventi importanti per la rivoluzione, come per esempio “27 Febbraio” – data in cui fu proclamata la Repubblica Araba Saharawi Democratica – possiede un dispensario. Questa struttura garantisce, infatti, alla popolazione le cure di base e di primo intervento, praticamente un supporto “tecnico” ai comitati di salute. In ogni dispensario operano dodici donne del comitato, chiamate “infermiere”, ed un infermiere al quale è affidata invece la responsabilità del dispensario.

 

Colpisce che anche qui, in un mondo lontano e dimenticato, avviene lo stesso meccanismo delle realtà occidentali moderne: nonostante quasi tutte le attività della daira siano svolte da donne, a capo del dispensario si trova di solito invece un uomo!

 

La struttura del dispensario è in muratura e normalmente si compone di tre stanze: sala d’attesa, sala di visita e sala per le medicazioni e somministrazione delle terapie. Il sistema sanitario saharawi prevede che la popolazione acceda ai vari livelli d’intervento con gradualità. Per esempio, non si può andare all’ospedale provinciale senza prima una visita al dispensario. Sono inoltre previste alcune campagne di prevenzione e giornate per l’educazione sanitaria, coordinate dall’infermiere in collaborazione con il comitato. Si tratta di appuntamenti mensili indirizzati all’educazione sanitaria generale (due volte); educazione alla gravidanza (una volta); educazione delle puerpere (una volta); educazione su particolari effetti ed eventi, ogni volta che è necessario. La partecipazione, a queste iniziative, è del 50%. Sono assenti, infatti, gli anziani e le ragazze giovani.

 

Ogni daira raggruppa una popolazione di circa 4-6 mila abitanti, suddivisi in quattro o cinque barrios (quartieri) risuddivisi in file di tende. Al centro dei quartieri si trova la costruzione che ospita le attività amministrative e il dispensario. La popolazione delle tendopoli è composta principalmente da donne, bambini, anziani e pochi uomini in età adulta. Le donne, quindi, portando avanti tutte le attività necessarie per il funzionamento dei servizi nella daira, sono la forza attiva di questa società. I comitati popolari sono cinque: giustizia, artigianato e produzione, approvvigionamenti alimentari, educazione e sanità. Ogni comitato è formato da un numero variabile di elementi, secondo le dimensioni della daira, ma mediamente è composta da 30/50 membri. Il comitato della salute ha tre importanti funzioni: la sorveglianza materna-infantile, la prevenzione e l’igiene ambientale ed il lavoro presso il dispensario. Ogni giorno per esempio, è necessario fronteggiare con cure adeguate e farmaci spesso irreperibili, l’anemia ferropriva molto diffusa nei campi a causa di un’inadeguata alimentazione.

 

Per la sorveglianza materna- infantile vi sono 3/4 donne per ogni barrio che controllano le donne gravide, le puerpere ed i neonati fino a tre anni. Per le gravidanze esiste un programma di prevenzione che consiste nelle visite mensili fino al 7°mese ed ogni 15 giorni per il restante periodo. Il parto avviene presso gli ospedali provinciali, dove la minima dotazione tecnica disponibile, è appena sufficiente a fronteggiare parti semplici e le difficoltà generali provocate da una scarsa sterilità ed igiene, a volte complica considerevolmente anche situazioni apparentemente semplici. Il governo saharawi investe molto sulla maternità. Incoraggiando il parto in ospedale per ragioni di sicurezza e disincentivando l’uso degli anticoncezionali, propone costantemente, a causa del conflitto, un aumento del numero dei saharawi. La nascita viene registrata dal comitato che la trasmette al ministero, al fine di programmare le vaccinazioni. Il comitato di salute si preoccupa anche di provvedere alle necessità alimentari della puerpera e del bambino, ma le scorte alimentari a volte sono insufficienti per garantire razioni supplementari a tutte le puerpere.

 

Il livello culturale delle madri è ancora scarso, e il comitato ha quindi il compito di occuparsi delle condizioni di crescita dei bambini, del loro sviluppo e necessità. I bambini fino a 36 mesi sono controllati al dispensario una volta al mese. Il tasso di mortalità infantile non è disponibile, ma i sanitari lo riferiscono più basso di quello della popolazione rurale algerina. I comitati di salute sono oggi in ogni modo incaricati di incentivare l’allattamento al seno contro quello artificiale, proprio per evitare il più possibile, i decessi dei neonati a causa infezioni contratte dalla scarsa igiene dei biberon e dall’inquinamento dell’acqua. Un’altra funzione importante del comitato di salute è quella relativa alla sorveglianza igienica dei campi. Sono ispezionate giornalmente le file delle tende e settimanalmente l’interno delle stesse. Controllano che gli animali allevati siano a distanza di sicurezza e si occupano della raccolta ed allontanamento degli escrementi animali ed umani nelle tendopoli. Controllano l’igiene dell’acqua.

 
 
 
 

Le cinque responsabili dei comitati, insieme al sindaco e al suo vice, formano l’autorità della daira.

 

Una terza funzione del comitato è la connessione tra l’aspetto curativo e quello preventivo, svolta dal gruppo di donne che lavora presso il dispensario. Questo gruppo è costituito da 12 donne che si ripartiscono il lavoro al dispensario e quella che può essere definita “ l’assistenza a domicilio”.

 

Per quanto riguarda il problema “anziani”, una responsabile è incaricata a ricevere le richieste specifiche degli anziani, per poi accertarsi delle loro necessità. In ogni daira esiste un centro d’accoglienza, dove gli anziani sono accuditi durante la giornata e dove ricevono ogni giorno tre pasti e due colazioni. Tutto questo succede oggi, perché le famiglie sono disgregate, a causa della guerra e dei continui lavori necessari al mantenimento delle varie tendopoli. La responsabile ha in ogni modo la facoltà di proporre che un figlio possa rimanere ad assistere il genitore anziché essere mandato a lavorare altrove. Un centro speciale, situato nella scuola residenziale “12 Ottobre”, accoglie gli anziani che hanno bisogno di un apporto nutrizionale più appropriato. In alcuni anni, gruppi di anziani hanno potuto passare le “ferie” nei territori liberati, dopo la stagione delle piogge. In quelle zone, i saharawi hanno allevamenti di cammelli, quindi è disponibile una maggiore quantità di latte fresco e di carne, inoltre il clima migliore e il ritornare nella propria terra, anche se per poco tempo, aiutano a recuperare il benessere perduto.

 
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Continua……………….

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