giovedì 20 gennaio 2022   
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Home1 » SAHARAWI Diario di viaggio » saharawi 7° giorno  

7° GIORNO

EPILOGO

E’ arrivato, purtroppo, l’ultimo giorno.
Dobbiamo prepararci, se pur a malincuore, a lasciare questo meraviglioso popolo.
Flavio e Andrea ed io, decidiamo di alzarci all’alba per poter fare così un ultimo giro tra le tende del campo, in perfetta solitudine, cogliendo il momento del risveglio di tutto ciò che ci circonda.
Alle cinque e trenta fa ancora freddo, ma la luce è chiara, il silenzio ci avvolge mentre camminiamo assorti nei nostri pensieri.
Arriviamo su una piccola altura per riprendere meglio il sole che sta sorgendo.
L’emozione è grande, dall’alto sembra un piccolo paese delle fiabe: basse costruzioni in pietra con le porte o finestre dipinte di blu, tende di un colore verde kaki, situate sopra un soffice strato di calda sabbia.
Peccato, però, sia solo un effetto ottico!  La realtà, che noi tutti conosciamo è, infatti, ben diversa!
E’ fatta di guerra, di soprusi, di morte, di diritti negati, di sopravvivenza. Questo paese apparentemente così tranquillo, così silenzioso, è unicamente un campo profughi dove i saharawi sono costretti a vivere da trentaquattro anni.
Noi siamo qui ad osservare tutto questo, ma domani ritorniamo nelle nostre città, nelle nostre belle case, mentre, a loro resta solo la speranza che qualcuno li aiuti per ritornare a vivere, come prima dell’occupazione.
Il sole sta sorgendo. Questo momento del giorno del tutto normale riesce ad allontanare i miei pensieri. Mi lascio trasportare dalla bellezza della natura e non penso più a nulla. E’ un attimo, poi il miracolo svanisce. Un nuovo giorno sta per iniziare. 

     

     

 

Torniamo alla nostra tenda dove ci aspettano i nostri compagni pronti a terminare questo viaggio.
Siamo attesi dal segretario generale del sindacato Saharawi Ugt Sario, Cheikh Lehbib Mohamed.
La sede del sindacato è stata recentemente ristrutturata, con il contributo della Cgil nazionale, dopo i disastrosi danni subiti dall’alluvione del marzo 2007.
Il segretario illustra le varie problematiche del centro che sono dovute principalmente alla manutenzione, a reperire materia prima per la scuola di falegnameria e alla definizione delle attività di formazione. Inoltre è evidente il problema di come mantenere studenti e maestri e come si possano continuare a sostenere le persone formate.
Sarà necessario quindi selezionare gli studenti proposti dalle wilaya e dai ministeri con una prova d’ingresso e saranno accolti i giovani dai 17 ai 22 anni. 
Sono infine valutate le esigenze per il futuro del centro. Occorre innanzitutto verificare quali laboratori siano utili da realizzare, tenendo conto anche delle richieste di mercato e, sarebbe proficuo realizzare anche un laboratorio per confezionare abiti, sia per l’aumento occupazionale che per un’attività che può produrre reddito. Inoltre sarebbe opportuno chiedere al governo di pagare, per i prossimi anni, gli stipendi degli insegnanti.
La missione, quindi, di Nexus/Auser  Emilia Romagna e Cgil Ravenna ha permesso non solo di monitorare le attività previste dal progetto ma anche di concordare, in collaborazione con le controparti locali, nuove modalità d’intervento ed una progettualità  condivisa e dettagliata in diversi settori e distretti.

                              

La giornata termina con la visita ad un cimitero sulla strada che porta a Smara. Si trova in pieno deserto, isolato da tutto. Le tombe non portano nome. Si comprende chi giace, se uomo, donna o bambino dal numero e dalla disposizione di pietre sulla tomba. Due per gli uomini e tre per le donne e bambini.

      

Il tempo per fare gli ultimi acquisti di oggetti d’artigianato locale e poi via a tutti i preparativi per la partenza.
Un ultimo saluto alle nostre padrone di casa e a tutti quelli che ci hanno accompagnati in questo viaggio.
La malinconia ci abbraccia tutti: purtroppo è finita un esperienza importantissima.
E’ stato il popolo saharawi a donarmi forza con il loro coraggio, determinazione, resistenza e soprattutto dignità.
Siamo arrivati di notte e di notte ripartiamo.


Ultime notizie


Non è facile trovare informazioni aggiornate sulla situazione del popolo saharawi! 
E’ un popolo dimenticato, quindi, non fa notizia.
Il responsabile dei Diritti Umani  del Ministero dei Territori Occupati della Repubblica Democratica Araba Saharawi, Omar Salek, in un’intervista rilasciata nel giugno scorso a Torino, traccia il quadro generale della situazione del rispetto dei diritti umani nei territori occupati e nelle carceri del Sahara Occidentale.
I territori occupati stanno, infatti, vivendo una situazione allarmante per l’ingente impiego di forza di polizia che il regime marocchino sta facendo nelle principali città del sud, come Smara. Dakla, El Aaiun…
I saharawi nei territori sono perseguitati, osteggiati e spesso si verificano sequestri, interrogatori e torture. Dal 2005 ad oggi ci sono state molte manifestazioni pubbliche a sostegno del popolo saharawi. Queste hanno contribuito ad aumentare  il valore della resistenza che ha potuto così consolidarsi nella popolazione.

     

I territori occupati oggi sono isolati dal mondo: i giornalisti e le delegazioni parlamentari d’indagine non possono entrare. Alla fine di maggio 61 prigionieri politici nella Carcere Nera di El Aaiun. Kenitra, Ait Meloul, Tiznit e di Sale, arrestati solo perché rivendicavano la libera autodeterminazione dei saharawi, hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni tragiche in cui sono costretti a vivere.
Non sappiamo, purtroppo, come sia terminata questa triste situazione.
Nel dicembre del 2005, quindici giovani di El Aaiun sparirono. Da allora le loro madri hanno costituito il “Comitato delle 15” per scoprire la fine dei loro figli. In un primo momento il governo marocchino dichiarò che erano deceduti nel naufragio nel tentativo di arrivare alle Canarie. Oggi, invece, negano qualsiasi responsabilità ed affermano che stanno investigando. Le madri lamentano, però, che non possono uscire a manifestare con le foto dei loro figli.


Il Mandato attuale della Minurso contempla solo la sorveglianza del cessate il fuoco tra le parti. La Rasd e le Ong hanno avanzato, quindi, la proposta di aumentare la sua sfera di applicazione, per potere così proteggere il popolo saharawi e conquistare il tanto sospirato Referendum di autodeterminazione
I Caschi Blu che presiedono la zona non possono, infatti, fermare le torture e le violazioni dei diritti umani che avvengono sotto i loro occhi.
Una cosa importante è, però, successa: il giudice spagnolo Baltasar Garzon ha denunciato il Marocco di genocidio nei confronti del popolo saharawi.
Garzon ha così mostrato all’opinione pubblica internazionale le varie atrocità a cui sono stati sottoposti i cittadini saharawi che continuano a vivere nei territori occupati. Sono state trovate fosse comuni in cui decine di saharawi sono stati sepolti vivi. Ci sono testimoni che conoscono generali e colonnelli responsabili di tutto questo. Dal 1975 ci sono ancora più di 400 desaparecidos saharawi di cui non si sa più nulla.



    

       

       

Luis Portillo Pasqual Del Riquelme, dottore in scienze economiche ed ex professore di Strutture e Istituzioni economiche all’Università autonoma di Madrid, è l’autore dell’articolo “ Sahara Occidentale:le legittime ragioni del popolo saharawi”. Questa analisi era stata richiesta da una rivista universitaria francese che, però, alla fine, senza dare nessuna spiegazione all’autore, si è rifiutata di pubblicarla.


Jatri Aduh, governatore della vilaja di Smara (la più grande tendopoli saharawi nel deserto algerino), a fine novembre scorso, è venuto in Italia, per una breve visita. Ha lasciato il caldo del deserto per il freddo clima padano per avere l’opportunità di ri-lanciare un grido d’allarme a favore del suo popolo, dimenticato dalla diplomazia internazionale, in esilio forzato da 34 anni e diviso in due, tra i profughi nel Sahara occidentale e gli abitanti nella loro terra d’origine.
Le trattative sono ferme. I giovani saharawi, nati nel deserto, sono ormai stanchi di aspettare e, il richiamo delle armi, diventa sempre di più insistente. La resistenza silenziosa e pacifica (dal 1991) con la speranza di risolvere il conflitto con un referendum, per lasciare così la decisione alla libera determinazione dei vecchi e nuovi residenti del Sahara occidentale, si fa sempre più labile.
I forti interessi (il mare pescoso – le miniere di fosfati – il petrolio) inducono il governo del Marocco a difenderli con tutti i mezzi possibili, ricorrendo anche a violenze e calpestando anche i più semplici diritti umani. Le varie risoluzioni Onu sono completamente inascoltate, tutto continua come prima e la soluzione pacifica al conflitto si allontana sempre più.
“Il vostro aiuto concreto e le azioni che promuovete con le istituzioni – ha affermato Aduh – ci danno la forza per andare avanti, nella speranza che prima o poi la ragione del diritto prevalga sulla prevaricazione.”
Ha inoltre sottolineato che i Saharawi vivono di aiuti perché nel deserto non c’è acqua e terra coltivabile, ma ultimamente anche gli aiuti sono diminuiti e, quindi, l’esasperazione è sempre più forte.


Le affermazioni di Omar Salek trovano riscontro nella tragica vicenda accaduta a El Aaiun il 22 febbraio 2009.
Hayat Erguibi, 16 anni, è stata sequestrata da un gruppo di poliziotti marocchini mentre usciva da una scuola, dove riceveva lezioni private. Secondo la sua testimonianza, i poliziotti l’hanno fermata nel viale del Kods, l’hanno ammanettata e coperto il viso con una benda molto sporca. E’ stata caricata su un furgoncino della Brigata Della Morte. Hanno iniziato a torturarla mentre l’automobile si dirigeva verso un luogo sconosciuto. Arrivata a destinazione, è stata interrogata sulle bandiere del Fronte Polisario apparse in alcuni quartieri di El Aaiun e sulle scritte sulle pareti delle scuole. Non ha confessato le accuse dei poliziotti, quindi, l’hanno denudata completamente, hanno iniziato a mettere i loro apparati genitali al di sopra della sua bocca costringendola a baciarli, le hanno toccato tutto il corpo e, alla fine, l’hanno violentata con un manganello nell’ano. Al termine è stata minacciata di altre più terribili violenze nel caso in cui avesse raccontato l’accaduto.
L’Organizzazione dei Difensori Saharawi (ODS) considera il caso di Erguibi come un crimine che tutte le Ong devono denunciare per mettere fine all’esistenza di gruppi criminali come la Brigata Della Morte, simile ai gruppi tristemente conosciuti del GUS.
Dopo il crimine commesso ed in risposta alle numerose reazioni da parte di varie organizzazioni internazionali, i servizi di sicurezza marocchini hanno iniziato una brutale campagna di intimidazione e di repressione sistematica contro i saharawi.
L’ODS denuncia all’opinione pubblica nazionale ed internazionale che:
- lo Stato marocchino deve aprire un’indagine trasparente ed imparziale sul caso di Hayat Erguibi e portare i colpevoli in tribunale;
- lo Stato marocchino deve mettere fine alla sua campagna di sequestri contro i cittadini saharawi e liberare il giovane saharawi Hidouk Brahim Kamel Azergui;
- l’ODS ribadisce la sua forte condanna di tutte le violazioni perpetrate contro le case saharawi ed i suoi proprietari.


La prima e unica festa della donna nel Sahara Occidentale

Haminatou Haidar, giovane donna nata ad El Aaiun, madre di figli da cui spesso è stata, con violenza, separata, lotta per la difesa dei diritti umani del suo popolo e per la liberazione di quei territori nel deserto.
“L’autorità marocchina ha commesso dei crimini contro l’umanità”, queste sono le parole con le quali si presenta sempre Haminatou. Le sue parole sono forti e coraggiose. Il suo fisico, invece,  porta le conseguenze  delle violenze e delle torture subite negli anni di segregazione e interrogatori. Fu arrestata nel novembre del 1987 insieme ad altre 340 persone, di cui 74 donne, per avere organizzato una manifestazione pacifista in occasione dell’arrivo di una missione delle Nazioni Unite. Fu obbligata a portare per tre anni e sei mesi una benda sugli occhi. Haminatou fu liberata, senza processo, nel giugno del 1991.  “Il popolo saharawi è diviso in due a causa dell’occupazione del Marocco” – spiega Haminatou – e migliaia di cittadini hanno deciso di fuggire e vivere in esilio in campi nomadi. Io personalmente ho vissuto questa separazione. Sottomessa a interrogatori di tre settimane e portata in un posto segreto senza contatti con la mia famiglia e senza nessun giudizio”. Nel marzo 2005 Haminatou decise di celebrare la giornata della donna nel Sahara Occidentale. La situazione politica di quel momento era particolarmente tesa, lo dimostra il fatto che solo tre mesi dopo sarebbe scoppiata la “seconda Intifadah”.
Quella fu la prima ed anche l’ultima volta che si cercò di festeggiare le donne. Le fu tolto lo stipendio di funzionaria e, il 17 giugno dello stesso anno, fu arrestata all’ospedale, dove era ricoverata per le percosse subite dalla polizia marocchina. Accusata di violenza fu poi incarcerata nella famosa “Carcel negra” di El Aaiun. Carcere utilizzato fin dai tempi coloniali, dove la situazione di sovraffollamento è tale da impedire ai detenuti perfino di camminare. L’otto agosto iniziò, insieme ad altri 37 detenuti, uno sciopero della fame che durò 51 giorni.
Dopo una prigionia di 7 mesi ed un processo regolare, la sua condanna termina il 17 gennaio e, grazie ad un premio di un’associazione spagnola, riesce ad ottenere il passaporto che le permetterà di iniziare il suo viaggio di testimonianza diretta delle continue violazioni dei diritti umani del popolo saharawi. Il diritto all’espatrio è stato però negato ai suoi figli che continuano, quindi, a vivere separati da lei.  

 

            

 

 

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