lunedì 24 gennaio 2022   
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Visti per Voi » Il Pianista  

IL PIANISTA – voto: 8

Ho perso il conto oramai di quanti film ho visto, libri ho letto, storie narrate ho ascoltato sul nazismo e sulla persecuzione ebraica. Ho perso il conto dicevo, ma non riesco ancora a provare assuefazione, e mi auguro con tutto me stesso di continuare a sentire le stesse cose per molto tempo. Credo fermamente che alcuni film dovrebbero essere proiettati ad ora di pranzo, o di cena, o nelle scuole, nei ristoranti, nelle pizzerie, perché risultino dei pugni nello stomaco, che tolgano l’appetito, il sonno e per alcuni istanti la voglia di ridere, di parlare, di sognare. Ciò che è avvenuto in tutto il centro Europa in quegli anni, rappresenta il peggior orrore per dimensioni, crudeltà e premeditazione che la storia dell’umanità possa ricordare. Sono frasi retoriche, concetti già espressi un sacco di volte, ma ho la netta sensazione che mano a mano il tempo ci allontana da quei giorni, vi sia una porzione della nostra società, che cerchi in maniera subdola e meschina di lasciar scivolare nelle retrovie della memoria quella immane e vergognosa carneficina. Cercano di farlo nell’ombra, non alla luce del sole, perché risulterebbe ai più un atto talmente ignobile, che si rischierebbe il pubblico ludibrio. E’ proprio per questo, che tutti i gesti, le opere e le testimonianze che conservano vivi i ricordi di quei giorni, meritano da parte mia un premio speciale per il solo fatto di esistere. Il PIANISTA è molto di più di una semplice opera: è un grande film. Leggendo alcune recensioni, c’è chi sostiene che questo è il capolavoro della carriera di Roman Polanski; non lo so, perché non conosco molto gli altri lavori di questo artista. Posso affermare però, con assoluta certezza, che questo film è splendido, che con assoluto merito ha conquistato la palma d’oro all’ultima rassegna cinematografica di Cannes. E’ un inno disperato e fortissimo alla vita, da strappare ad ogni costo ad un destino che non lascia speranze.

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Il pensiero diventa dolore se con totale trasporto, si viene guidati nelle vite degli uomini protagonisti di quel tempo. Spesso davanti a queste storie cerco di lasciarmi andare, per entrare nel cuore di chi racconta, o di chi è narrato, per cercare di catturare anche solo per un attimo, la sofferenza che uomini come me hanno dovuto attraversare; è inutile, non si riesce. Non si può ricostruire nell’immaginazione tanto dolore ed inumana crudeltà. Non si può concepire come la vita che scorre il suo corso naturale, con le gioie, i dolori, i sentimenti che legano e dividono le vite di tante persone, i figli da crescere, il lavoro che ogni mattina ti aspetta, come ogni grande e piccola seccatura da affrontare quotidianamente, ogni cosa, venga improvvisamente cancellata. E’ un “improvvisamente” molto relativo, che avanza piano, ma talmente mostruoso da ritenerlo impossibile a verificarsi. Quando la tragedia si manifesta in tutta la sua atrocità, Wladislaw Szpilman, tra i più celebri, famosi, e abili pianisti polacchi, vede il suo mondo, la sua arte, la famiglia, gli amici, tutta la sua vita, travolta da una serie di eventi e limitazioni che si susseguono a catena. Sono talmente immense nella loro crudeltà da apparire inverosimili, fino al momento in cui la già tremenda rinuncia alle proprie cose, che ha il suo culmine nella reclusione nel ghetto di Varsavia con i primi atti di repressione violenta ed eliminazione fisica in pubblico, si trasforma nella vera soluzione finale. Szpilman è un uomo mite, apparentemente fragile, incapace di qualsiasi atto di ribellione, con il grave handicap di non saper fare null’altro che suonare il piano. Quando la sopravvivenza diventa difficile e la differenza tra vivere e morire è legata al caso, al camminare sul lato destro anziché sinistro della strada, al riuscire a piantare un chiodo o meno, al esser capaci di portare una cariola più carica di un altro uomo, comprende tutta la sua incapacità al poter sopportare tutto questo. Non c’è il tempo per riflettere, non c’è spazio per i tentennamenti. La sua famiglia verrà completamente deportata, gli amici alienati, e da ora solo l’istinto e il fato potranno salvarlo. Inizia un lunghissimo viaggio che lo porterà fino ad un passo dalla morte in un numero incredibile di circostanze. Come in altre tante occasioni, le testimonianze dei sopravvissuti, mettono in risalto come il loro essere ancora in vita non aveva in se nulla di eroico. Erano vivi per puro caso, per le ragioni misteriose che regolano l’universo, dove ognuno di noi ritrova la forza della propria fede religiosa o del destino. Il fato a volte aveva sembianze umane, incarnandosi in uomini e donne che a rischio della propria vita, costruirono una rete clandestina che aiutò a vivere nell’ombra decine di ebrei per mesi e anni, portandoli prima fuori dal ghetto, e poi trovandogli un rifugio, cibo e sostentamento. Il nostro protagonista che ha il volto di un bravissimo Adrien Brody, toccherà l’inferno della solitudine quando la totale distruzione che Varsavia subirà nella parte finale della guerra, taglierà i ponti con qualsiasi tipo di contatto amico. Ma anche qua quando la fine è oramai ad un passo, il caso prende la forma di una particella di umanità che per miracolo è scampata al disastro. Sarà un ufficiale tedesco che cogliendolo nell’atto di suonare al pianoforte di una casa diroccata, decide che è il momento di dire basta, è l’ora di fermare la bestia umana che ha sconvolto il mondo, e forse uno dei primi uomini a beneficiare di quel mutamento di coscienze è il nostro artista polacco. La musica lo stava per uccidere, e la musica gli salverà la vita. Un inno alla vita citavo all’inizio, un omaggio al desiderio di continuare a respirare comunque e a qualsiasi costo anche solo per strappare pochi minuti per volta alla morte. Uno degli aspetti più terribili è se si pensa per quanto tempo questi uomini hanno dovuto sopportare tutto questo, e che per tanti la morte è arrivata a pochi giorni se non ore dalla libertà, dopo aver comunque sofferto e patito quel che sappiamo.

Ho terminato improvvidi lettori di questa mia scalcinata e dilettantistica recensione. Tante volte ho cercato di immaginare che ne sarebbe stato di me, se trasportato in quel tempo mi fossi trovato al posto di quelle persone: non vi è risposta. L’unica riflessione sensata che riesco a formulare, è che mi ritengo incredibilmente fortunato a vivere questa di epoca, pur con tutte le sue difficoltà ed i suoi disagi. Di questo si deve ringraziare in primo luogo tutti coloro che negli anni hanno dato la vita per difendere il diritto ad essere liberi, e questa amici non la si deve mai considerare una frase retorica. Ora sta a noi !

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