martedì 18 gennaio 2022   
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editoriale » Crisi del governo Prodi  

Una crisi che gli elettori del centro sinistra non meritavano
di Ermanno Bugamelli

Sabato 24 febbraio l’Unione, il Governo Prodi e tanti italiani che l’hanno sostenuto, “tirano un sospiro di sollievo”, per utilizzare le parole dello stesso Presidente del Consiglio, pronunciate a caldo dopo la non accettazione delle dimissioni dell’esecutivo da parte del Presidente della Repubblica Napolitano.

Con mille se e ma, il centro sinistra pare avrà una seconda possibilità per proseguire il suo compito di governare l’Italia, per evitare rimpasti e per scongiurare la prospettiva di elezioni che a breve o medio termine, costituirebbero una prova da cui se ne uscirebbe “elettoralmente” massacrati.

Sarà in grado la maggioranza di cogliere al volo il salvagente lanciato dal Colle?

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Il SE più pesante che grava come un macigno, sarà l’ottenere o meno la fiducia all’imminente passaggio alle Camere e se tale prospettiva sarebbe stata firmata da tanti la sera del 21febbraio scorso, non sembra ora aldilà delle dichiarazioni, fornire rassicurazioni solide a causa di un lacunoso saldo matematico nel conteggio dei senatori a favore.

In queste ore dove è ancora possibile evitare il peggio, dove nonostante un capitombolo che segnerà in modo indelebile e negativo la fiducia che l’elettorato di centro sinistra aveva riposto in questi uomini, deve nascere da parte di tutti una profonda e sincera riflessione sulle conseguenze di quanto è accaduto e sulla natura delle sue cause.

Il 9 aprile 2006 milioni di italiani, molti di meno di quanto gli ultimi 5 anni di Governo Berlusconi avrebbero lasciato sperare, ma un numero sufficiente per vincere le politiche e quindi per pretendere legittimamente di governare, aveva espresso un forte desiderio e bisogno di cambiamento. Si chiedeva agli uomini eletti, di sforzarsi oltre ogni misura di porre le ambizioni individuali, politiche e non, in secondo piano, per consentire ad una tanto eterogenea coalizione di camminare su di un filo, ma di camminare, nel nome del rispetto di chi era andato nell’urna. Elettori che sia ben chiaro non avevano tutti accettato di buon grado di sostenere un centro sinistra che non parlava la medesima lingua, che al suo interno racchiudeva voci che non si ascoltavano con il medesimo gradimento. Nonostante questo tantissimi di loro hanno compiuto uno sforzo. Azione che possiamo chiamare compromesso, sacrificio di una porzione dei propri principi politici, semplice “turatura” di naso. Comunque la si voglia definire, loro, gli elettori, sono riusciti ad unire tante differenze in un'unica richiesta: togliere il paese ad una destra in malafede, arrogante, sfacciata e prepotente, capace di assoggettarsi ai desideri primari di un unico uomo, alla tutela di garanzie indirizzate a categorie ben precise, senza un minimo di decenza politica, alla faccia dell’interesse del paese intero.

Senza cadere nel qualunquismo, ma nel contesto politico nazionale che stiamo vivendo, lo stesso atteggiamento era ciò che si richiedeva a tutti i signori, Ministri del Governo, Parlamentari, esponenti di partito di ogni grado, coinvolti nel progetto.

Ben pochi di costoro in questi 10 mesi hanno posto questo aspetto in cima alla scala dei propositi della loro agenda quotidiana.

Quanto è successo al Senato con la bocciatura della mozione D’Alema in politica estera, è stato l’ultimo episodio, il più risonante, quello dalle conseguenze immediate più gravi, ma l’ennesimo di una serie.

Considero le scelte dei Senatori Rossi e Turigliatto legittime nel pieno rispetto della libertà di opinione, ma oggi un errore politico grave.

Un gesto che non deve considerare tollerabile l’attacco offensivo alla loro persona, ma che ha messo in evidenza una notevole mancanza di senso di responsabilità verso la fiducia espressa dagli elettori di tutta l’Unione. La fedeltà ai propri valori di pace e di sinistra sono pienamente condivisi, ma in questo frangente della politica nazionale, nel merito di un ritiro dall’Afghanistan che non rientrava nel programma elettorale, valeva la pena non ammorbidirsi ?

L’allargamento della base americana di Vicenza non mi vede per nulla favorevole, ma quanto era possibile all’interno di impegni già presi dal precedente governo e di un contesto NATO, prendere una decisione diversa ?

Lo era nell’ottica di un autonomia dalle ingerenze statunitensi ancora lontana, ma con possibilità maggiori di raggiungerla di certo non attraverso azioni di rottura.

Sono consapevole che la libertà di espressione non può essere schiava del contesto in cui la si esprime e che il circoscrivere a questo episodio, il nome di questi esponenti di vecchia data della sinistra italiana risulti riduttivo e ingiusto. Per consentire ad un matrimonio di vivere a lungo però, se lo si intende davvero, i rospi da ingoiare sono da mettere in preventivo.

In un’Italia che purtroppo continua a manifestarsi come un paese NON DI SINISTRA poi, governare, per coloro che a quella ala appartengono, equivale assicurarsi una quantità maggiore di scelte difficili già in partenza. Penso che occorra scegliere se intraprendere una coerenza assoluta in una realtà condotta da altri, o una coesione difficile se si vuole conservare la possibilità di governare. La soglia individuale che determina l’imbocco del bivio è sottile e spesso viene messa in discussione con facilità, ma merita di essere alzata se riflettiamo sulle conseguenze.

Per fornire una chiave di lettura più ampia a quanto accaduto, va sottolineato quanto il tono con cui il Ministro D’Alema ha impostato la propria mozione, lasciava trapelare una non celata intransigenza verso le porzioni più radicali della sinistra. Un canale teso quasi a cercare uno scontro, come se tutto questo rientrasse in un disegno dove un rimpasto della maggioranza, non solo risultasse non tragico ma quasi auspicabile.

A rafforzare questo sospetto le pesanti dichiarazioni di sabato 24 dove affermava “ Una certa sinistra non serve al paese”. Era il caso di calcare ulteriormente la mano in un momento dove occorre coesione e unità?

Penso di no.


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