martedì 18 gennaio 2022   
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GUERRA E PACE

Boris

Odore acre che si attacca in gola e ai vestiti. Quella miscela velenosa di modernità che lentamente consumandosi manda in fiamme i tuoi polmoni. Vorticosi coni di fumo nero e bianco che dalle viscere della terra escono con innaturale forza avvolgendo uomini disperati che con incontrollati gesti corrono senza nessuna meta.

In mezzo a loro altri uomini in divisa che, percorrendo in senso contrario la massa di disperati in fuga, sfidano la sorte alla ricerca di un cenno, di forse un ultimo gesto di vita.

E’ quello che in questo momento vedo nelle immagini che in diretta satellitare annunciano l’ennesimo tragico evento. Vite strappate con la stessa violenza, in Iraq come a Londra o Madrid. Esseri umani che certamente non meritavano di conoscere in questo modo, il profondo contrasto e l’incolmabile differenza che passa tra la vita e la morte. E’ l’ennesima immagine di guerra, di morte a cui purtroppo molti si stanno freddamente abituando. Quasi a considerarle alla stregua di una calamità naturale. Un giusto riequilibrio. Una cosa che succede solo agli “altri”.

Diventa difficile scrivere sull’ennesimo attacco di guerra portato sin dentro l’Europa con la giusta e sana lucidità con cui sarebbe necessario non solo affrontare i fatti, ma capirne le possibili ripercussioni.

Questo attentato arriva proprio in un momento delicato per l’Europa. Come quello avvenuto a Madrid poco prima delle votazioni che ha provocato non solo la perdita delle elezioni alla forza politica di governo, fortemente interventista, ma anche a far decidere al loro premier Zapatero il ritiro a breve tempo delle truppe dall’Iraq. Una strategia questa, calibrata e calcolata. Calcolata al punto tale da far dimenticare che possa essere stata pensata e condotta da uno sparuto gruppo di invasati religiosi che in nome di sette vergini si lascia esplodere in mezzo alla folla. E la cosa si ripete in Inghilterra. L’attentato avviene alcuni mesi dopo la rielezione del suo premier laburista che sostenendo gli americani “senza se e senza ma…” nell’attacco all’Iraq, ha di fatto ridato forza rilancio a una vera e propria campagna neocolonialista tanto cara al popolo inglese. Un attentato eseguito come ritorsione nei confronti di quel popolo che in modo democratico ha ribadito il suo appoggio ad una coalizione di governo che senza problemi continua a colpire il popolo Iracheno. Ovviamente la scelta del periodo in cui si svolgeva il vertice del G8 non era solo per riuscire ad eludere meglio la sorveglianza concentrata sul quel vertice ma anche per ribadire il loro dissenso nei confronti di quelle cosiddette forze economiche e politiche mondiali. Contro un vertice di capi di governo che nascondevano dietro ad un “progetto Africa”, l’incapacità nei fatti di affrontare il problema guerra in Iraq.  Ovvero della loro possibile uscita di scena senza ammettere la propria sconfitta politica. Una sconfitta che non si limita al solo territorio iracheno o alla Cecenia, obolo pagato da Bush nei confronti di Putin per non “criticare” l’intervento in Iraq ma anche all’interno dei propri stati dove l’ormai manifestata crisi economica sta trasformando i popoli, in nome della globalizzazione dei mercati, in veri e propri sudditi.

Attraverso la lotta al terrorismo si sta procedendo a una nuova spartizione del mondo. A una nuova divisione radicale tra ricchi e poveri, tra oppressi ed oppressori che con insultante verità, viene enunciata come necessaria alla nostra stessa sopravvivenza.

La cosa è certa: quest’ultimo attentato a Londra non fa altro che ribadire con i fatti che siamo in guerra. E’ ora che i nostri rappresentanti politici abbiano il coraggio di ammettere che i nostri militari, come gli ormai numerosi cittadini Iracheni, sono morti inutilmente e che questa guerra non ha portato e non porterà a nessuna soluzione democratica di libertà. Se veramente vogliano ancora considerarci la “vera civiltà evoluta esportatrice di democrazia”, come da alcuni fortemente sostenuto, dobbiamo finirla di coprire con missioni di pace o false campagne umanitarie, dal Kossovo alla Somaglia, dall’Iraq a forse il prossimo Iran,  vere e proprie campagne di guerra che mirano solo ed essenzialmente al dominio del petrolio e delle materie prime.

Ritirare oggi le nostre truppe non è solo necessario ma un dovere morale a cui non possiamo sottrarci. Pena la nostra possibile futura sopraffazione.


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