venerdì 21 gennaio 2022   
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editoriale » Il calcio e la nazione  
IL CALCIO E LA NAZIONE 
Flavio Novara e Marco Balugani
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Un fiume di bianco-rosso-verde sfila dinanzi a noi. Una sorta di festosa parata dove il tricolore domina incontrastato la scena. Urla e schiamazzi, pianti e abbracci, cori che all’unisono inneggiano alla vittoria o allo sfotto verso gli sconfitti. E’ il mondiale, è  il calcio.

Festa per una vittoria che unisce tutti, belli e brutti, come citava un antico adagio. Una vittoria, che come alcuni sostengono, fa davvero bene al paese e ne esalta il senso di appartenenza. Ma di appartenenza a cosa? E’ davvero necessario credere che la vittoria di un mondiale possa bastare a fare tutto questo? Non c’è forse bisogno d’altro per credere nell’appartenenza a un paese, ad una nazione?

Il problema della “Nazione Italia” affonda ancora oggi, in particolare nel sud, le sue radici nel periodo pre-unità d’Italia. Periodo in cui interessi vari, del Vaticano e degli altri regnanti dello stivale, non concessero spazio ad una nascente borghesia illuminata. Da quel periodo in poi, occorre attendere sino al periodo fascista, per ritrovare il concetto d’italianità. Un’italianità traviata e esaltata da concetti razzisti e oppressivi. Periodo questo che rimane, comunque, l’unico reale tentativo culturale istituzionalizzato di dare un’identità univoca a una nazione. Nemmeno la Resistenza, con il coinvolgimento delle forze politico democratiche presenti nel nostro paese come i cattolici, i comunisti e i monarchici riuscirono a tanto.

Nonostante fossero uniti nel cacciare dal paese l’usurpatore tedesco e il suo complice fascista, l’Italia uscita dal dopo guerra rimaneva profondamente divisa, tra chi credeva nell’unità dei popoli in chiave socialista al di fuori della nazione e chi invece, in nome di un’identità radicalmente ancorata ai principi cristiani e a patti atlantici, mirava a chiudersi all’interno dei proprio confini. Ovviamente in nome di un’italianità ancor troppo legata al vecchio e superato regime. Il contrasto degli uni contro gli altri, sino a pochi anni orsono, aveva  lasciato un’unica vittima: il senso di nazione e di appartenenza di un popolo.

Oggi, nell’Europa delle nazioni, riemerge attraverso l’unica cosa che tristemente ma realmente unisce il nostro popolo. Il calcio.

Non si può infatti rimanere indifferenti nel vedere i nostri giocatori osannati, al loro rientro da Berlino, come il migliore dei nostri eserciti. Al Circo Massimo come in tante altre strade, cera il nostro popolo. Non importava se juventini o milanisti, se semplici massaie o taxisti frustrati dal decreto Bersani. In quel caos di piazza cera tutta la voglia di sentirsi liberi dall’oppressione delle difficoltà quotidiane. C’era la voglia di esprimere una spensierata speranza nel futuro.

Sarebbe stato bello ed interessante vedere tanta passione e mobilitazione anche per la difesa del nostro paese dall’attacco portato verso le ricchezze produttive svendute al miglior offerente. Nel rivendicare un italianità libera ed indipendente nei confronti di chi ci vuole al suo fianco in guerre condotte in nome della libertà dei popoli ma figlie della difesa di interessi privati.

Sarebbe bello vedere un popolo/nazione unito, per ricostruire questo paese da una crisi economica volutamente mai considerata e per rivalutare valori e diritti sociali ormai da tutti considerati inutili e limitanti per un  “luminoso” progresso.

Purtroppo questo non è mai avvenuto. Forse infatti siamo noi i più sognatori, che crediamo ancora che questo possa un giorno avvenire e non quelli che si accontentano di credere che una squadra, coperta da scandali e inchieste, riesca a migliorargli la vita.

Il mondiale è finito. Gli italiani tornano nelle loro case e alla loro vita quotidiana fatta di piccole cose, come quella di una ditta costruttrice di moto di lusso come la MV Augusta che ha deciso generosamente, di regalare a ogni giocatore miliardario, una moto da quindicimila euro. Peccato però che contemporaneamente, nella medesima azienda sono a rischio i posti di lavoro di oltre quarantacinque famiglie.

Buon giorno Italia.    

10/7/06

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