venerdì 21 gennaio 2022   
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editoriale » REPORT, GRILLO E IL NOSTRO PAESE  

REPORT, GRILLO E IL NOSTRO PAESE
Flavio Novara

E’ finito ormai anche quest’anno il ciclo delle puntate della trasmissione di Report. Ancora una volta i servizi “Tv verità” promossi da Rai 3 hanno svolto il loro compito informativo. Non dovremmo essere stupiti per questo, anche perché tutta la tv pubblica dovrebbe svolgere questo ruolo e non affidarlo a un manipolo di volenterosi giornalisti free-lance. Una redazione preparata che, è bene ricordarlo, realizzano a loro spese servizi “inchieste” per poi rivenderle a Rai 3. Non solo ma in questa partita, se ne assumono oltretutto, anche le responsabilità penali. Non a caso infatti sono costretti ad affrontare numerosi processi, molti dei quali inutili e avviati solo ed esclusivamente per intimidirli ed impedire che proseguano nel loro lavoro.

Non finiremo mai di ringraziarli abbastanza, come del resto anche la direzione di Rai 3, per consentirci ancora oggi di poter vedere quanto il nostro paese ha da offrirci. Pena il dover aspettare un Gabibbo o un telegiornale comico come Striscia la Notizia.

In questo paese, per fortuna, non esistono solo loro. Ve ne sono altri che, come Rai news24, Carta, Diario, Il Manifesto ecc. propongono inchieste ed approfondimenti degni di nota. Ma purtroppo, è anche vero che troppi, quasi la maggior parte, sono quelli che fanno finta di non vedere. Che volutamente scelgono di non scrivere.

Durante i regimi vigeva la censura oggi vige, nel nostro paese, una forma di controllo molto peggiore. Esiste l’auto-censura, figlia indefessa di malessere sociale, clientelare e mafioso.

Partendo proprio dalla produzione di quest’anno di Report, credo che ancora una volta sia servita a renderci per lo meno un po’ più consapevoli, di quanti sotterfugi clientelari e truffe legalizzate è lastricata la via che conduce  alle cosiddette “stanze dei bottoni”. Nulla e nessuno hanno risparmiato. Dal Centro destra al Centro Sinistra, dai sindacati alle organizzazioni industriali, dalle cooperative di sevizio alle organizzazioni pseudo-umanitarie; dal singolo cittadino, alla comunità di massa. Nulla da meravigliarsi, in fondo, queste inchieste non hanno fatto altro che parlare di noi. Evidenziando in modo esplicito, quello che siamo e che non abbiamo voglia di sentirci dire o raccontare. Non un messaggio distruttivo e negligente nei confronti della “speranza” per questa società ma, un’analisi da cui partire.Un messaggio che deve o che dovrebbe, farci riflettere su quale classe politica abbiamo e vogliamo.

L’inconsistenza in cui oggi costantemente i nostri politici si muovono è evidente. Non tanto riguardo all’impegno di alcuni singoli, che vanno elogiati quando lo meritano, ma alla loro casta che enuncia parole di disprezzo verso tali atteggiamenti e poi, nei fatti concreti e nella quasi totalità dei casi, riproduce e difende i medesimi meccanismi. Dalla Moratti a Milano che poteva assumere solo dieci dirigenti e poi ne nomina quarantanove, senza che nessuno dica nulla, a Marrazzo nel Lazio che assume i suoi in sostituzione, non licenziabili, di quelli precedentemente assunti da Storace. Dall’operazione clientelare e spartitoria operata in Sicilia da Cuffaro, all’emergenza rifiuti dal 1991 in Campagna che è costato milioni di euro e che non hanno risolto assolutamente nulla. Per finire ai contributi elargiti dallo stato, quindi da noi, senza verifica a tutta la stampa di partito che in alcuni casi, è praticamente inesistente.

Grillo può denunciare quello che vuole nei suoi spettacoli e nei suoi bloog, ma in realtà siamo noi a dovere pretendere che quanto enunciato non rimanga solo una battuta da spettacolo comico.

Siamo noi che dobbiamo pretendere che le nostre organizzazioni politiche prendano in considerazione queste serie problematiche legate alla legalità. Non dobbiamo permetter più che Grillo concluda i suoi spettacoli, come una volta fece a Modena anni fa, con la frase rivolta al pubblico pagante: ”…ridete, ridete, tanto so che quando uscirete da qui, continuerete a comportarvi come prima.”.

Una cosa è certa: la scontento dilaga indistintamente. Un pericoloso scontento. Di tipo populista ed individualista. Questa massa di scontenti, non sa cosa vuole o meglio, sa cosa non vuole.

Non vuole cambiare nulla dell’esistente, pretende ricchezza e felicità con il minimo sforzo o impegno. SI arrocca dietro una a volte, falsa ricchezza rivendicando dominio sui più deboli e meno abbienti. Basti guardare ed ascoltare gli slogan della manifestazione del Polo a Roma, contro il governo Prodi. Del resto, questo modo di pensare non è stato forse insegnato dai politici e dirigenti economici di questo paese?

Ora, più che mai è necessario invertire la rotta. Avviare riforme vere dell’ordinamento dello stato e non cercare di risolvere questo problema pensando solo a “far cassetta” svendendo magari ai privati Alitalia o le nostre principali e vitali risorse; rilanciare una seria campagna di educazione civica nei confronti dei nostri cittadini, partendo innanzitutto da noi e non dagli altri.

Sentirsi veramente italiani, non comincia con i festeggiamenti per la vittoria dei mondiali di calcio o strumentalmente usando la tragedia dei nostri militari morti a Nassirya. Il senso di appartenenza si costruisce sulla giustizia e sul rispetto nei confronti di tutti i cittadini.

La gente è stanca e comincia a non tollerare più tutto questo. Si muove confusamente colpendo a destro e a sinistra a seconda dei fatti che si presentano, senza un progetto o un obbiettivo preciso e ben definito. Hai politici spetta dare delle risposte costruttive e degli obiettivi coerenti. Il messaggio del “si salvi chi può” sta ormai dilagando gettando le nostre famiglie al loro progressivo disgregamento. L’aumento dei divorzi ne sono un esempio lampante, come le violenze perpetrate tra  componenti famigliari o all’interno dei nei nostri istituti scolastici. Non saranno certamente i richiami dei religiosi, di qualunque fede che impediranno tutto questo. Il momento è molto delicato ed il montepremi per questa scommessa è molto alto, soprattutto per chi crede in quella vittoria per potersi cambiare la vita. Se fossimo oggi nella stessa situazione politica ed economica della metà degli anni 70 e la globalizzazione dei mercati non fosse così fondamentale per la tenuta economica di ogni singolo stato, il pericolo di una sommossa popolare di tipo dittatoriale non sarebbe una sorpresa. Sentore di questo non possono che essere letti dal tentativo stesso, per fortuna respinto, di modificare la costituzione che resta, se pur bistrattata anche dalla sinistra, l’asse portante della nostra malata democrazia.

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