martedì 24 maggio 2022   
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Medio Oriente » Riflessioni di Peacereporter  

Vittorio Arrigoni è morto. Non è chiaro come e quando Vittorio sia stato ucciso, anche se il portavoce di Hamas, Yiab Hussein, ha dichiarato in una conferenza stampa tenutasi poco dopo le 3 di stanotte, che Arrigoni era morto circa tre ore prima, senza però spiegare come fosse stato possibile stabilire il decesso con tale esattezza. Una militante dell'Ism si è recata sul luogo del ritrovamento e ha riconosciuto il corpo alle 3.10. "Aveva le mani legate dietro la schiena, e giaceva supino su un materasso". La ragazza ha raccontato a PeaceReporter che la sicurezza di Hamas ha detto anche a lei e agli altri membri dell'International Solidarity Movement giunti nella casa che Vittorio sarebbe morto qualche ora prima del loro arrivo. Il pacifista è stato strangolato, anche se, dal racconto reso a PeaceReporter dalla militante dell'Ism, dietro la nuca presentava contusioni varie. "Aveva ancora la benda intorno agli occhi, e perdeva sangue da dietro la testa. Sui polsi c'era il segno delle manette".  La sera prima del rapimento Arrigoni era andato in palestra. Poi aveva chiamato per prenotare il ristorante dove spesso era solito recarsi a cena. Aveva detto che sarebbe arrivato verso le 22. Alle 22.30, non vedendolo arrivare, lo chiamano dal ristorante. Ma Vittorio non risponde. Nessuno si preoccupa, perchè comunque spegne spesso il cellulare. Dopo la cena avrebbe incontrato un'amica e l'indomani sarebbe andato a Rafah a far visita ad alcune famiglie palestinesi con i compagni dell'Ism, che hanno provato anche loro a contattarlo dopo la palestra. Invano. Vittorio è stato rapito appena uscito dalla palestra.
La sua salma è stata trasferita durante la notte allo Shifa Hospital di Gaza, dove è stato condotto l'esame autoptico e redatto il certificato di morte. Il pacifista italiano era stato rapito ieri da un gruppo islamico salafita che, in un filmato su You Tube, minacciava di ucciderlo se entro 30 ore, a partire dalle 11 locali, il governo di Hamas non avesse liberato alcuni detenuti salafiti. Vittorio è morto dopo che nemmeno metà del tempo concesso dai rapitori si fosse esaurito, ben prima che l'ultimatum scadesse. E' morto senza che neppure l'accenno di un negoziato fosse avviato per la sua liberazione. Purtroppo, a queste domande non sarà facile dare una risposta. Con la sua morte se ne va uno dei più ferventi sostenitori della causa palestinese. Un giornalista di guerra. E un amico.
Vittorio era l'eroe buono che si racconta ai bambini prima di dormire. "... e poi arriva Vik col suo megafono, che caccia via i cattivi coi carri armati". Ha scelto di vivere con i deboli, e di aiutarli senza chiedere nulla in cambio. I proventi del suo libro, 'Restiamo umani', li ha devoluti all'associazione che ha creato per sostenere le vittime di Gaza. La sera che l'ho salutato vestiva una giacca elegante, lui che sembra uscito da un centro sociale. "Quanto ti è costata, Vik?". "Me l'hanno regalata". Come il piccolo portatile che usava per scrivere i resoconti da Gaza per PeaceReporter. Come tante altre cose, oggetti di utilità quotidiana che la popolazione della Striscia gli portava, a testimonianza della gratitudine verso questo ragazzo che viene da fuori, e che - chissà perché - ha scelto di rimanere lì, a lottare con loro contro l'assedio. Un assedio che, a fine 2008, ha portato la distruzione di un terremoto. Abbiamo potuto constatare di persona gli effetti dell'operazione Piombo Fuso. Sulle stesse strade che percorrevano, tra gli edifici ridotti in macerie, solo poche settimane prima correvano le ambulanze. Su una di queste c'era Vittorio. Instancabile, coraggioso, forte. Raccoglieva i corpi rimasti a terra. E non aveva paura. Poi tornava a casa, un goccio di rum di contrabbando e di nuovo a scrivere. Non dormiva mai. A volte rimaneva ostaggio dei suoi incubi, visite notturne di una realtà che viveva quotidianamente, impastata di morte e di dolore. E soffriva per quel popolo, che amava anche nelle sue contraddizioni più crudeli. Averlo visto bendato e ferito, averlo pensato umiliato, impotente, muto, e poi disteso su un materasso, senza vita, è stato qualcosa che ha schiantato il petto. Alla sua morte non si può credere. Forse perché gli eroi non muoiono. Ma se a Gaza oggi qualcuno può trattare un eroe come carne da macello, a questo qualcuno, chiunque egli sia, non si può più chiedere di restare umano. E forse, dopo la morte di Vik, neppure a noi.  Addio, Vik.

Luca Galassi www.peacereporter.net                                                                                                              


Vittorio Arrigoni, voce libera della Striscia di Gaza
Un sms nel cuore della notte. Vittorio, spesso, arriva così. ''Pezzo in arrivo, hermano''. Oppure l'allerta sull'ultimo bombardamento sulla Striscia, le vittime civili, la distruzione. Il suo account facebook è una finestra aperta, dentro un carcere.

Ti riporta, momento per momento, la claustrofobica vita di un palestinese di Gaza. Anche quando la dimentichi preso da un altro pezzo, da un'altra storia, da un'altra guerra. O semlicemente preso dalla tua vita di tutti i giorni. Ecco, Vittorio è là, a guardia della coscienza. Come una Radio Londra del '45, a raccontare l'occupazione, l'assedio. In un lampo qualcuno ha chiuso quella finestra, ha messo un bavaglio a quella coscienza, ha deciso che doveva tacere. Chi e perché lo ha fatto è ancor da stabilire. Ma chi lo ha fatto sa o deve sapere chi è Vittorio.

Uno che ci mette la faccia, con tutto il corpo. Uno che non fa impegno part-time. Ha scelto di vivere a Gaza, ha scelto di condividere. L'ultimo sms, qualche giorno fa. ''Vado a comprare il pane, hermano, che bombardano''. Mi ha colpito, perché è la frase di chi condivide, è la frase che mi avrebbe detto qualunque palestinese che ho conosciuto nei miei reportage in Palestina. Quei viaggi dove vai e, se tutto va bene, torni. Prima di un altro viaggio e di un altro racconto. Vittorio ha scelto di restare. E non è facile.

Lo aspettavamo in redazione, in questi giorni. Un visita alla famiglia, dopo mesi, una chiacchiera di lavoro. Quello di Vittorio, prima di tutto, è lo scudo umano. Proprio così. Con l'International Solidarity Movement Vittorio è con il contadino che tentava di badare al suo campo senza lasciarci le penne, con il pescatore mitragliato dalla marina israeliana, con la donna palestinese che tenta di raccogliere il prezzemolo sotto il fuoco dei cecchini di Israele. A fine giornata, se non c'era l'ennesimo funerale da vivere, torna a casa. E scrive. Per noi di PeaceReporter, per altre testate, per il suo blog. Senza farsi pagare da nessuno.

Per i palestinesi, vivendo la fortuna di poter essere ascoltato da qualcuno come un dovere. Avendo la denuncia dell'occupazione come unica linea editoriale. Offrendo il suo stesso corpo a una lotta di libertà, nel riconoscimento dei diritti dei cittadini della Striscia. Il video, per questo e per molto altro ancora, è una coltellata. Vittorio, bendato, ferito. Il suo corpo, messo tra la realtà e la sua concezione di giustizia, offeso nel peggiore dei modi. Guardi il video e pensi: nessun palestinese può far questo a lui. Ferendolo nel modo più grave, anche delle stesse ferite: privandolo della sua libertà. Restate umani; liberate Vittorio.

Christian Elia www.peacereporter.net

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