domenica 20 giugno 2021   
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Medio Oriente » Via dall'Iraq  

Pubblichiamo un articolo di Piero Maestri tratto dal prossimo numero del notiziario di Sinistra Critica sull’Afghanistan. Un articolo che cerca in modo sintetico di riassumere la situazione in Afghanistan, i suoi risvolti e le future strategie in gioco per quell’area del mondo.

VIA DALL’IRAQ VIA DALL’AFGHANISTAN!

Dopo quasi 5 anni dai primi bombardamenti statunitensi sull’Afghanistan, questo paese non solo non è stato “pacificato e stabilizzato”, ma la guerra e la violenza sono aumentate gradualmente – così come il numero di morti anche civili – e la guerriglia talebana e dei suoi alleati non è mai stata così forte come in questi ultimi mesi.

La situazione economica afgana non ha visto quasi nessun miglioramento, ed è stretta tra la crescita della produzione e del commercio dell’oppio e un intervento di organizzazioni internazionali e non-governative che non producono in alcun modo sviluppo, ma rischiano di favorire un processo di concentrazione dell’economia nelle mani delle multinazionali straniere e dei signori della guerra. Come scrive Elaheh Rostami Povey in “The reality of life in Afghanistan since the fall of Taliban” (http://www.stateofnature.org/lifeAfghanistan.html): “molti afgani sono preoccupati riguardo al futuro della propria economia, basata su una combinazione di capitali stranieri e dei signori della guerra”.

La popolazione afgana continua a dover sopportare il peso di questa situazione di miseria e guerra – soprattutto fuori da Kabul.

In questo quadro nel mese di marzo si è avuta la notizia della decisione statunitense di ritirare gran parte dei propri militari dalla zona meridionale dell’Afghanistan, dove maggiore è la pressione talebana. Questa decisione non rappresenta in alcun modo un “disimpegno” dalla guerra in Afghanistan, ma un ridisegno della propria strategia. E questa deve essere vista a tutto campo, nell’insieme di quella regione che gli Usa amano definire “grande medioriente”. L’amministrazione Bush sceglie quindi di concentrare maggiormente la sua presenza su Kabul e nelle diverse basi militari che si stanno consolidando in tutto il paese, e di chiedere alla Nato un impegno maggiore direttamente in missioni di combattimento.

Così i governi canadese, olandese e – soprattutto – britannico hanno già inviato oltre 7.000 soldati nel sud del paese per sostituire il 2500 statunitensi. 

Anche l’Italia assume un ruolo sempre maggiore in Afghanistan, per ora non in termini di un invio di altri soldati (che comunque sembrano aver modificato le regole d’ingaggio, senza che questo sia passato per un dibattito o perlomeno una seria informazione in Parlamento) ma certamente riguarda l’invio di maggiori mezzi militari. In particolare ci riferiamo alla notizia dell’invio di 6 cacciabombardieri Amx, che avranno il compito di supporto alle missioni terrestri, anche nel quadro dell’operazione “Enduring freedom”.

In questo modo perde sempre più significato qualsiasi differenza – alla quale non abbiamo mai creduto – tra una missione di guerra e una di “peacekeeping”, e la Nato si trova a gestire direttamente una missione di combattimento. 

E’ altrettanto chiaro che la missione italiana è totalmente inserita – come sempre in maniera subalterna – nella complessiva strategia di “guerra permanente” degli Stati uniti, dall’Afghanistan all’Iraq, con i rischi di un’estensione verso nuove e ancora più pericolose avventure in Iran.

E’ quindi tenendo conto di questa cornice che deve essere collocata la scelta di un ritiro dei soldati italiani dall’Iraq e dall’Afghanistan: non è possibile pensare ad alcun ruolo positivo delle forze armate italiane, perché queste agiscono in sintonia con le strategie statunitensi e Nato, e ancora una volta la “copertura” dell’Onu rappresenta solamente la foglia di fico dietro la quale nascondere i reali interessi strategici e le reali intenzioni statunitensi.

Non possiamo credere a chi ci racconta che i militari italiani sono necessari alla protezione della popolazione afgana e al processo di democratizzazione, perché il proseguimento della guerra Usa, e la sua alleanza con i fondamentalisti dell’Alleanza del Nord e i signori della guerra stanno trascinando la popolazione afgana verso un nuovo baratro.

Il movimento contro la guerra in Italia ha manifestato fin dall’ottobre 2001 “contro la guerra senza se e senza ma” (cioè “con o senza l’Onu”). E’ arrivato il momento di riprendere questa iniziativa e chiedere ai parlamentari del centrosinistra una scelta coraggiosa e necessaria: ritirarsi dall’Iraq e dall’Afghanistan, per dare avvio ad una politica estera alternativa alle politiche di guerra statunitensi ed europee.

Una missione di guerra

La maggior parte dei militari italiani in Afghanistan è inquadrata nella missione della Nato denominata Isaf  ma non solamente. Il contributo militare italiano è complesso, e si dispiega dentro tutto il quadro della strategia statunitense di “guerra preventiva e permanente”, che dal novembre 2001 stanno portando avanti proprio a partire dall’invasione dell’Afghanistan.

vediamo allora nel dettaglio questa presenza italiana.

Missione “Enduring freedom”

Attualmente sono presenti oltre 250 uomini, dei quali 240 uomini imbarcati sulla fregata "Euro" dal 1 febbraio 2006, che con la ricostituzione del Gruppo Navale di Euromarfor è entrata a far parte del Gruppo Navale di questa nell'ambito dell'Operazione "Risolute Behaviour".
Secondo il sito del Ministero della Difesa italiano, “i principali compiti svolti dalla nostra unità sono essenzialmente i seguenti: operazioni di interdizione e contrasto navale, in particolare nei confronti della leadership di Al-Qaeda; controllo del traffico marittimo; scorta di unità della coalizione”.

In pratica questi militari agiscono come supporto alla missione di guerra statunitense coprendola sul versante marittimo (in un’area ampia che arriva fino all’Oceano indiano e alle coste del Corno d’Africa).

E’ interessante ricordare che l’Euromarfor è una Forza Navale Multinazionale nata nel 1995 e alla quale a cui partecipano Italia, Francia, Spagna e Portogallo: una di quelle forze “europee” che rappresentano la base di costruzione di una forza armata continentale nel quadro della Nato.

Missione Isaf

Si tratta in questo caso di una missione della Nato autorizzata da una risoluzione dell’Onu.

I compiti ufficiali di questa operazione sono quelli di protezione e di assistenza alla popolazione afgana.

Le forze armate italiane partecipano alla missione Isaf dall’inizio (2001). attualmente sono presenti nell’area di Kabul circa 1.450 militari.
In particolare 400 di questi sono inquadrati nel “Corpo d'Armata di Reazione Rapida” della Nato (NRDC-IT), che ha il proprio comando in Italia – a Solbiate Olona (VA), pochi chilometri da Milano. In questa veste il Generale di Corpo d'Armata Mauro Del Vecchio ha mantenuto la guida della missione Isaf a Kabul dall’agosto 2005 fino alla fine dell’aprile scorso.
In Afghanistan non manca alcun arma italiana: esercito (con il reggimento “Ariete”), marina (con i suoi elicotteri), aviazione e carabinieri, a cui si aggiunge anche la Croce Rossa (che opera nel quadro della missione militare).

 Nel marzo scorso il generale Castagnetti (notizia poi confermata dal capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Leonardo Tricarico) – durante un convegno organizzato dall’Udc -  annuncia che l’Italia avrebbe schierato in Afghanistan 6 aerei da combattimento Amx, spiegando che sarebbero serviti a “fotografare i campi di oppio”. E’ il segnale che la presenza italiana non solo non sta per diminuire, ma che acquisterà sempre più un carattere di guerra, conseguente alla scelta statunitense di ridurre la propria presenza e affidare quindi alla Nato il compito di combattere in Afghanistan.

Altro che “riflessione” sulla missione italiana!

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